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Guerra in Siria … ”Chi” combatte ”chi” e perché?

Ogni giorno i media ci informano dell’esodo del popolo Siriano, molti di noi inorridiscono, alcuni, tra cui la sottoscritta, piangono, molti scrollano le spalle. Stamattina pensavo con orrore al fatto di quanto in effetti si sia ”impotenti” davanti ad un massacro simile.

Mi viene in mente di quante volte da ragazzina, leggendo o parlando con amici dell’olocausto subito dagli ebrei, la mia rabbia crescesse.

Tutti abbiamo letto Anna Frank, non so quanti invece abbiano letto ”Tu passerai per il camino” di Vincenzo Pappalettera.

Io, ero ragazzina quando ebbi occasione di leggerlo, la mia indignazione alla fine del libro,  fu talmente tanta che feci una discussione accesissima con mio padre. Sostenendo la teoria che fossero stati tutti, in qualche modo,  consenzienti nei confronti di questo massacro! In quanto, dal mio punto di vista, non ritenevo possibile che la popolazione intera fosse rimasta inerte davanti ad un orrore simile.

Mio padre ricordo cercava di farmi ragionare, spiegando e dando delle giustificazioni … dicendo che la gente allora ”non sapeva” … non era sicura.  Al che rispondevo che i rastrellamenti degli ebrei c’erano in tutte le città e che a qualcuno un ”dubbio” avrebbe pur dovuto venire o no?

Come mi sbagliavo! Come il mio entusiasmo giovanile mi portava a veder ”distorta la realtà”!

Oggi sta accadendo una cosa altrettanto orribile in Siria! Un Paese che si ritrova con una popolazione in gravi condizioni di precarietà e a rischio vita. Vediamo tutti i giorni sui telegiornali questo esodo drammatico,  queste famiglie che devono abbandonare le loro case distrutte dai bombardamenti per mettersi in salvo, e che cosa facciamo?

Guerra in Siria © Infophoto (2)

Bene che vada … ci disperiamo! Ma il ”nostro tran tran …” deve continuare, quindi? Quindi ”chiudiamo un occhio” quando non li chiudiamo tutti e due!  Senza contare che ci sono addirittura dei ”mostri ignoranti” che sostengono: ”ma che stiano a casa loro”!

Chiudiamo un occhio e deleghiamo la politica per risolvere il problema. Che cosa sta facendo la politica? Vediamo un po’ …

Fino ad oggi i negoziati per ‘sto conflitto che dilania il Paese e che ha causato circa 250.000 vittime e un immenso fiume di rifugiati nei paesi vicini – non hanno avuto esiti. Sono ormai più di 13 milioni i siriani bisognosi di assistenza.

Per capire qualcosa di quello che sta succedendo vale la pena tenere a mente che in Siria stanno combattendo diversi gruppi e i fronti di guerra sono molti: c’è il regime di Assad che combatte contro i ribelli moderati, contro i gruppi jihadisti, tra cui al Qaida, e in misura minore contro l’ISIS. I ribelli moderati combattono contro il regime di Assad e contro l’ISIS, e a seconda dell’opportunità combattono contro o si alleano con i gruppi jihadisti.

Poi bisogna anche cercare di capire, in mezzo a ‘sto casino,  quali stati esterni sono intervenuti in Siria … contro chi combattono e perché.

Vediamo un po’ quali sono questi Stati …

Stati Uniti – Appoggiano i ribelli anti-Assad più moderati, anche se non ne sono rimasti molti. Hanno individuato come loro nemico principale l’ISIS, che bombardano, sia in Siria che in Iraq. Hanno avviato un piano per l’addestramento di alcuni ribelli finalizzato a sconfiggere l’ISIS, spendendo diversi milioni di dollari: finora con risultati deludenti. Gli Stati Uniti si oppongono anche al regime di Bashar al Assad, ma non tanto quanto si oppongono all’ISIS. In passato, oltre all’ISIS, gli aerei da guerra americani hanno colpito in Siria anche il cosiddetto ”Gruppo Khorasan”, una cellula di al Qaida incaricata di pianificare obiettivi terroristici all’estero.

Francia – Appoggia i ribelli più moderati, tra cui i curdi nel nord-est della Siria. Si oppone all’ISIS, ad altri gruppi jihadisti e ad Assad, ma come gli Stati Uniti bombarda solo il primo. Gli attacchi aerei francesi in Siria sono iniziati più tardi: fino ad allora la Francia era stata molto riluttante a intervenire in Siria – mentre in Iraq aveva già cominciato da tempo – anche per paura di rafforzare indirettamente il regime di Assad. Diversi analisti dicono che le ragioni dell’intervento francese sono due: una reazione ai recenti attacchi terroristici compiuti da alcuni simpatizzanti dell’ISIS in territorio francese e il timore di essere messi da parte quando ci sarà da negoziare il futuro della Siria. A differenza di altri paesi europei, la Francia ha continuato a mantenere una certa autonomia dagli Stati Uniti in politica estera e l’interventismo non è una cosa così strana per la politica francese.

Russia – Appoggia il regime di Bashar al Assad, che è l’unico importante alleato del governo russo in Medio Oriente. Giustifica il suo intervento nella guerra in Siria come mossa preventiva contro l’ISIS, ma i suoi primi bombardamenti hanno colpitotre province siria ne – Homs, Hama e Latakia – in cui l’ISIS non è presente. Alcuni analisti pensano che i veri obiettivi di Putin siano gruppi ribelli che stanno contendendo ad Assad il controllo delle zone della Siria ancora sotto il controllo governativo, soprattutto nell’ovest. Già nelle ultime settimane la Russia aveva mandato diversi aerei da guerra e rafforzato la sua presenza in una base militare a Latakia, città costiera siriana saldamente sotto il controllo di Assad.

Iran – È l’unico alleato del regime di Bashar al Assad in Medio Oriente, da alcuni decenni. Dall’inizio della guerra, nel 2011, fornisce soldi, armi e invia consiglieri militari al governo siriano. Nella primavera di quest’anno ha combattuto attivamente l’ISIS in Iraq a fianco dell’esercito iracheno ma senza un reale coordinamento con la coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti (Iran e Stati Uniti sono nemici): lo ha fatto con alcuni uomini ma soprattutto con diverse milizie sciite irachene sotto il suo controllo. In Siria ha agito soprattutto tramite Hezbollah, gruppo sciita libanese che si oppone tradizionalmente a Israele. I militanti di Hezbollah hanno aiutato Assad a riconquistare alcuni territori vicino al confine libanese, cioè nella Siria occidentale, considerata una roccaforte del regime di Assad.

Turchia – I suoi nemici principali sono due: il regime di Bashar al Assad e i curdi alleati con il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan che per anni ha agito contro il governo soprattutto nella Turchia meridionale. Le posizioni della Turchia nella guerra contro l’ISIS sono state molto discusse: per diverso tempo la Turchia – che è membro della NATO – ha appoggiato formalmente l’azione della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti, ma poco altro. Non ha concesso le sue basi agli aerei da guerra americani e non ha fatto quasi nulla per rendere il suo confine con la Siria meno “poroso”, permettendo per esempio a molti “foreign fighters” di unirsi all’ISIS e ad altri gruppi jihadisti che combattono contro Assad. Dopo l’ attacco terroristico nella città turca di Suruc rivendicato dall’ISIS, lo scorso luglio, la Turchia ha cambiato atteggiamento: ha compiuto qualche attacco contro l’ISIS al confine siriano e ha concesso l’uso delle sue basi agli americani. Ma i suoi obiettivi non sono cambiati: la priorità rimane la caduta di Assad e non la sconfitta dell’ISIS.

Arabia Saudita – Appoggia i ribelli che combattono contro Assad – non fa tanta differenza tra ribelli più e meno moderati – e da circa un anno ha cominciato a bombardare l’ISIS in Siria all’interno della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Secondo alcuni appoggia l’ISIS, secondo altri non appoggia né finanzia l’ISIS.  (Capirci qualche cosa qui in mezzo è complicato) La sua priorità, comunque, è la caduta del regime di Assad! Perché? Perché Assad è il principale alleato dell’Iran in Medio Oriente, e l’Iran è il principale nemico dell’Arabia Saudita! Seplice no?  Il ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, ha detto martedì che il suo paese non accetterà alcuna soluzione alla guerra in Siria che preveda Assad ancora al potere, come invece propone la Russia. I sauditi sono anche disposti ad aumentare i finanziamenti e la fornitura di armi ai ribelli che combattono Assad.

Israele – Formalmente Israele non è coinvolto nella guerra in Siria, nonostante condivida con la Siria una parte di confine sulle contese Alture del Golan e quindi sia interessato alla generale instabilità causata dalla guerra. Di fatto da diverso tempo Israele compie bombardamenti occasionali contro alcune postazioni dell’esercito siriano. La situazione è piuttosto complicata: in un recente incontro con Putin, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele non è né a favore né contro Assad. Il problema principale degli israeliani riguarda le attività del gruppo libanese Hezbollah, che oltre a combattere a fianco ad Assad nella guerra in Siria da molti anni lancia dei razzi dal sud del Libano per colpire obiettivi nel nord di Israele. Israele sembra interessato alle attività del governo di Assad nella misura in cui queste stesse attività possano rafforzare Hezbollah in Siria. L’Economist scrive che Netanyahu e Putin hanno trovato una specie di accordo: nonostante il loro intervento in Siria, i russi non metteranno in pericolo gli interessi strategici israeliani in Siria; in cambio gli israeliani hanno assicurato che non interverranno per rimuovere Assad dal potere.

Qatar – Sostiene soprattutto finanziariamente i ribelli che combattono contro Assad, senza farsi troppi problemi di quanto siano moderati. Il New York Times ha scritto che nel 2013 ha fornito ai ribelli dei missili terra-aria, ignorando le preoccupazioni americane che di quelle armi potessero impadronirsi i gruppi jihadisti o terroristi. Anche gli altri paesi del Golfo Persico hanno assunto una posizione simile a quella del Qatar. L’obiettivo principale per tutti loro, come per l’Arabia Saudita, è la caduta del regime di Assad.

Regno Unito – Si oppone all’ISIS, ad altri gruppi jihadisti e ad Assad e sostiene i ribelli più moderati. Finora però i bombardamenti britannici si sono limitati a colpire l’ISIS in Iraq, anche se di recente il Regno Unito ha condotto un’operazione militare in Siria con dei droni uccidendo due cittadini britannici che si erano uniti all’ISIS…

Non è per voler fare ”Ponzio Pilato” … ma che cosa potremmo fare noialtri oltre che firmare una ”petizione su Internet”? Se la volete firmare eccola qui sotto:

https://www.change.org/p/siria-se-vuoi-la-pace-prepara-la-pace-paceinsiria

Alla prossima

Elena

 

 

fonti:

http://www.nytimes.com/2015/10/01/world/middleeast/the-syria-conflicts-overlapping-agendas-and-competing-visions.html

http://www.ilpost.it/2015/09/20/guerra-contro-isis/

http://www.nytimes.com/2013/06/30/world/middleeast/sending-missiles-to-syrian-rebels-qatar-muscles-in.html?_r=0 

http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21669563-though-opposite-sides-syrian-conflict-binyamin-netanyahu-and-vladimir-putin-agree

http://www.ilpost.it/2015/07/24/turchia-bombardamento-isis/

http://www.ilpost.it/2015/07/20/esplosione-suruc-turchia/

http://www.ilpost.it/2013/06/06/a-qusayr-ha-vinto-assad/

 

Sciiti … Sunniti … Curdi … che guaio!

Come mai Sunniti e Sciiti litigano a ”sangue”?

Stamattina sono andata su: ”santa rete” e mi sono documentata un pochino, ecco che cosa ho scoperto …

Nella zona che oggi chiamiamo Iraq si erano scontrati a lungo gli imperi persiano e quello romano, la cui eredità venne raccolta da quello di Bisanzio.

Irak

In quelle zone avevano convissuto molte popolazioni differenti. Da quelle semitiche come i babilonesi e gli assiri, ad altre di origine indoeuropea, come i persiani e i medi da cui discendono i curdi.  ll carattere oppressivo dell’impero bizantino facilitò in qualche modo la conquista araba e la successiva conversione all’Islam.

Dopo la sconfitta dell’armata persiana nel 636, la Mesopotamia e la Persia vennero inserite nel califfato Omayade  con capitale Damasco.

Ed è proprio da qui nasce l’eterno conflitto tra Sunniti e Sciiti!

Pochi anni dopo la conquista islamica vi fu uno scontro violento tra le tribù per la successione al potere tra il califfo di Damasco e il “partito” (shìa) di Ali, cugino e al tempo stesso genero di Maometto. Lo scontro si concluse nel 661 con la morte di Ali a Kufa.

Questa battaglia tra ”tribù” se vogliamo chiamarle così,  determinò la grande frattura tra “l’ortodossia” sunnita di Damasco (e di quasi tutto il resto del mondo islamico) e “l’eresia fanatica” sciita, che si diffonde e si consolida soprattutto nei territori che erano stati persiani, anche come forma religiosa della resistenza al potere di Damasco.

La ”religione sciita” si radica anche nel sud dell’attuale Iraq, dove ci sono i principali “santuari” sciiti sulle tombe di Ali a Najaf, di suo figlio Hussein a Kerbela, e di altri tre dei dodici imam (capi della comunità/tribù) riconosciuti dagli sciiti.

Quell’antica controversia religiosa ha creato uno dei maggiori problemi di oggi, in Iran. Ma anche in Iraq, in Libano e in altri paesi.

Per scpiegare meglio: mentre  i sunniti hanno sempre tenuto in alta considerazioni i primi califfi successori di Maometto e considerano ”sunna” (ossia legge) le loro interpretazioni e aggiunte al Corano, gli sciiti li ritengono usurpatori, e hanno considerato legittimi solo i discendenti e successori di Ali.

Le implicazioni sono evidenti: al rifiuto del potere tradizionale riconosciuto dai sunniti, si accompagna, da parte sciita,  una sistematica denuncia della sua empietà e un forte radicalismo/fanatismo.

Queste divergenze per l’Iraq saranno ancora più gravi. La creazione a tavolino di questo Stato nel 1921 ha fatto sì che la maggioranza della popolazione sia sciita, mentre i gruppi dirigenti che si sono succeduti dalla fine della prima Guerra mondiale a oggi sono stati tutti sunniti.  Saddam Hussein, ad esempio, era sunnita …

Gli sciiti – in gran numero in Iran – si recavano ogni anno in pellegrinaggio NON alla Mecca, ma bensì a Kerbela  alla tomba del figlio di Ali, o nella città santa di Najaf, entrambe in Iraq, ovviamente approfittando del pellegrinaggio per fare proselitismo.

A Najaf si era rifugiato pure l’ayatollah Komeini, espulso dall’Iran verso la Turchia nel 1965, e poi dopo appena un anno scacciato anche da quel paese. Alla fine del 1977, meno di due anni prima del suo ritorno trionfale in patria, Komeini sarà espulso da Saddam Hussein, su richiesta dello Scià, con cui il dittatore iracheno aveva negoziato poco prima un accordo che riconosceva le pretese iraniane sullo Shat-el-Arab, in cambio della cessazione di ogni aiuto alla guerriglia curda.

Eh già, nella zona Il ”terzo incomodo” è rappresentato dei curdi !

I problemi determinati dall’assemblaggio di un sud sciita, inevitabilmente attratto da Teheran, e di una regione centrale sunnita, sarà complicato dall’aggiunta nel 1922 di una terza provincia, quella curda di Mosul, che storicamente aveva poco a che fare con il resto dell’Iraq, ma che venne aggregata alla nuova formazione statale per sottrarla alla Turchia che invece la rivendicava.

La Turchia in quegli anni era non solo nazionalista e impegnata in una forte modernizzazione, ma in buoni rapporti con la Russia comunista,  mentre l’Iraq nasceva come Stato ”controllato’ dalla Gran Bretagna/USA, non esattamente ”pappa e ciccia” con la Russia, quindi perché mai far un ”piacere” alla Turchia lasciandole la regione del Mosul, popolata da Curdi?

Se le due province di Baghdad e Bassora avevano già un sacco di rogne tra sunniti e sciiti, l’inserimento di una cospicua minoranza curda (pari forse al 25% o più della popolazione complessiva) ne creava uno ben maggiore. La zona era destinata a diventare una ”polveriera”!

I curdi hanno una lingua del tutto diversa … sono di ceppo indoeuropeo. Sono, è vero, quasi tutti musulmani sunniti, ma sostanzialmente estranei alla grande polemica con gli sciiti.

Dopo la prima Guerra mondiale, dopo secoli di vita sostanzialmente indipendente all’interno dell’impero ottomano, i curdi avevano rivendicato la formazione di uno Stato vero e proprio nel quadro della riorganizzazione dell’area in Stati nazionali.

Ad un certo punto (1918) i curdi tentarono di costituire un loro Stato almeno nella zona di Mosul, Kirkuk e Sulaimanya, ottenendo inizialmente l’appoggio del rappresentante britannico nella zona, che nominò un curdo come governatore.

Tutta l’area periferica dell’ex impero ottomano era lacerata dalle interferenze delle varie potenze europee, che promettevano l’indipendenza alle diverse etnie non turche …

Nel Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920 veniva riconosciuto il diritto del popolo curdo all’indipendenza. Una sorta di cintura tra Turchia e Russia e che si pensava fosse facilmente controllabile dagli inglesi.  Ma la commissione di tre membri (uno britannico, uno francese e uno italiano) che secondo il Trattato di Sèvres doveva preparare uno Statuto per l’autonomia della regione curda  non si riunì mai!

Persino la Georgia era stata, in quel periodo “offerta” all’Italia dai britannici, che erano sì presenti in quasi tutto il Caucaso, ma che, vigliacco se  riuscivano a controllarlo tutto. Una consistente delegazione di politici, giornalisti e affaristi italiani si era affrettata a esplorare la situazione e a stabilire contatti con la borghesia locale antibolscevica della Georgia,  prima di accettare un formale mandato della Società delle Nazioni.

Ma …  nel febbraio del 1921 l’Armata Rossa entrava in Georgia, che diventava repubblica sovietica … e il progetto della ”Georgia italiana” andava a farsi benedire!

Il parlamento nazionale di Ankara intanto, nel marzo 1920, aveva rifiutato di ratificare il trattato di Sèvres, per uno Stato Curdo e aveva varato invece un progetto di Costituzione in cui veniva riconosciuta la nazionalità curda e si parlava di uno Stato federale turco-curdo.

La funzione di contenimento della Russia che avrebbe dovuto avere un Kurdistan indipendente secondo i progetti dell’Intesa veniva dunque a cadere, dopo la riconquista turca delle regioni curde settentrionali adiacenti al territorio sovietico. Non c’era più la possibilità di uno “Stato cuscinetto”.

Nel frattempo poi era stato trovato il petrolio nella regione di Mosul e quindi vennero dimenticate tutte le promesse fatte ai curdi nel trattato di Sèvres, e cancellata la stessa concessione di una sostanziale autonomia sotto tutela inglese avviata nella zona di Mosul, Kirkuk e Sulaimanya nel 1918.

Quando nel settembre 1922 le potenze dell’Intesa firmarono a Losanna un nuovo trattato di pace con la Turchia, che sostituiva quello di Sèvres e teneva conto dei nuovi rapporti di forza, i curdi non furono neppure invitati.

La maggior parte dei territori storici dell’Anatolia venivano riconosciuti alla Turchia ma della regione di Mosul, e del suo petrolio,  non se ne parlò proprio.

La Turchia protestò, dato che riteneva di avere diritti storici su Mosul, anche perché – rimangiandosi le promesse del 1920 – aveva già cominciato a negare persino (come nega tuttora) l’esistenza di un popolo curdo. Secondo il governo turco i “i curdi, anche se parlano lingue diverse, non differiscono in nulla dai turchi”, sicché i due popoli formerebbero “una sola entità etnica, religiosa e con gli stessi costumi”.

La Turchia, stremata dalla lunga guerra di liberazione nazionale e confrontata con i complessi problemi dello scambio di popolazioni (un milione e mezzo di greci furono espulsi dal suo territorio, dove arrivavano invece i turchi cacciati dalle regioni balcaniche occupate dalla Grecia), dovette rassegnarsi  alla perdita del Mosul … ed al suo preziosissimo petrolio.

Alla fine di quel dopoguerra, i curdi si trovarono divisi tra i territori di cinque Stati: la maggioranza in Turchia, una parte consistente in Iraq (dopo l’intervento di Saddam non ne sono rimasti molti di curdi …)  e in Iran, mentre comunità di minori dimensioni erano rimaste in Siria e nel Caucaso sovietico. Così una ”etnia” di molti milioni di persone (i curdi valutano la loro consistenza a 25 milioni) è rimasta priva di uno Stato, mentre sono stati riconosciuti nella zona Stati con una popolazione minore e senza nessun precedente storico.

Ciò è stato possibile forse sia per l’eredità di un lungo passato di principati feudali indipendenti che si combattevano tra di loro, sia perché anche le nuove formazioni indipendentiste dei curdi di Turchia, Iraq e Iran non hanno collaborato tra loro e si sono scontrate in alcuni casi con le armi, offrendo non pochi spazi ai loro nemici. In particolare il regime iracheno e quello iraniano hanno spesso finanziato e armato le organizzazioni curde operanti nello Stato rivale.

Il succo del discorso è che cercare di tracciare una linea intorno ad un territorio e chiamare “entità politica” ciò che vi è al suo interno è una ”follia”! Eppure …  con i ”confini disegnati a tavolino” noi abbiamo ignorato quattromila anni di storia!

Bel casino abbiamo combinato vero?

Guai simili li abbiamo combinati in Africa! Altri confini a ”tavolino” … che hanno creato dei problemi senza senso tra popolazioni diverse e in disaccordo. Risultato? Etnie completamente annientate! Gli splendidi Watussi sono stati trucidati tutti! Gli Hutu ed i Tutsti continuano a massacrarsi a vicenda.

I confini devono esser ”messi in piedi” dalla Storia e dalla volontà dei popoli …

Alla prossima

Elena Iraq,