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Trump decide da solo che Gerusalemme è la capitale di Israele …

E mentre Trump, fregandosene del mondo intero, decide in maniera autonoma che Gerusalemme è la capitale di Israele …

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Evidentemente la lobby ebraica è molto amica di questo presidente …

Papa Francesco ricorda invece che:

“Gerusalemme è una città unica, sacra per gli ebrei, i cristiani e i musulmani, che in essa venerano i Luoghi Santi delle rispettive religioni, ed ha una vocazione speciale alla pace. Prego il Signore che tale identità sia preservata e rafforzata a beneficio della Terra Santa, del Medio Oriente e del mondo intero e che prevalgano saggezza e prudenza, per evitare di aggiungere nuovi elementi di tensione in un panorama mondiale già convulso e segnato da tanti e crudeli conflitti”.

Meditiamo gente … meditiamo …

Alla prossima

 

Elena

Guerre e conflitti non rispettano nulla!

Sulle rive del Giordano, nel deserto bruciato dal sole, rovinata dagli elementi atmosferici e dalla guerra c’è una piccola, malridotta chiesetta romanica, che aspetta ormai da 50 anni che qualcuno entri e preghi tra le sue mura. Questa chiesetta, nei cui dintorni sono disseminate mine antiuomo, è uno dei posti ritenuti più ”santi” dai cattolici di tutto il mondo. Si ritiene infatti che sulle rive del Giordano, proprio in questa zona, sia stato battezzato  Gesù Cristo il Salvatore!

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Vi sono altre piccole chiese in questa zona, ma sono decadi che nessuno ci mette piede dentro, la zona è infatti disseminata da qualche cosa come 5000 mine anti uomo! Fili spinati e alti reticolati tengono i visitatori lontani, cartelli con su scritto ”pericolo mine” in Arabo, Inglese ed ebraico avvisano del pericolo.

Quando la guerra dei ”sei giorni” (°) finì nel 1967, gli israeliano e i giordani misero mine dappertutto. Perché? Perché qui il fiume Giordano è largo solo pochi metti, quindi è facile da attraversare per un esercito, per cui onde evitare eventuali passaggi di persone ”non gradite” furono messe le mine antiuomo!

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Nonostante i due paesi abbiano firmato un trattato di pace nel lontano 1994 … le mine non furono mai tolte!

Tutto questo sfacelo sta forse per cambiare!  La più grande organizzazione umanitaria di rimozione mine, l’ALO TRUST, ha ricevuto infatti il permesso dai Paesi che vantano diritti sulla zona, per rimuovere finalmente quegli orrori!

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Tutta la zona è sotto il controllo militare ed è tutta recintata quindi non ci sono state vittime, in quanto è impossibile inoltrarsi.

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La riva est del Giordano è chiamata Al-Maghtas, che significa: ”battesimo”, dalla parte opposta del fiume, sulla riva ovest, il territorio è chiamato ”Qasr el-Yahud,” che significa: ”passaggio degli ebrei”. Il vecchio testamento menziona il passaggio del fiume Giordano dagli ebrei .

L’UNESCO, dopo studi approfonditi,  ha riconosciuto queste zone, come sito ufficiale del battesimo del Cristo.

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Un uomo si bagna nel fiume Giordano, lo stesso fiume in cui San Giovanni Battista battezzò Gesù …

Theophilo III,  il patriarca greco ortodosso di Gerusalemme parla con enorme rispetto di questa zona in cui è nata la cristianità, e si auspica che presto turisti e credenti possano tornare a pregare in queste chiese e bagnarsi nel Giordano.

La storia della cristianità inizia sul Monte Sinai con il profeta Mosè e culmina con la nascita del Cristo a Betlemme e la sua crocifissione e resurrezione a Gerusalemme.

Bonifichiamo dalle mine queste zone … restituiamole ai credenti!  La guerra non rispetta nulla e nessuno, quando lo capiremo, forse … sarà ”troppo tardi”!

Alla prossima

Elena

 

(°) La guerra dei sei giorni – un conflitto combattuto tra Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra, all’interno dei conflitti arabo-israelianie vinto da Israele .

Guerra in Siria … ”Chi” combatte ”chi” e perché?

Ogni giorno i media ci informano dell’esodo del popolo Siriano, molti di noi inorridiscono, alcuni, tra cui la sottoscritta, piangono, molti scrollano le spalle. Stamattina pensavo con orrore al fatto di quanto in effetti si sia ”impotenti” davanti ad un massacro simile.

Mi viene in mente di quante volte da ragazzina, leggendo o parlando con amici dell’olocausto subito dagli ebrei, la mia rabbia crescesse.

Tutti abbiamo letto Anna Frank, non so quanti invece abbiano letto ”Tu passerai per il camino” di Vincenzo Pappalettera.

Io, ero ragazzina quando ebbi occasione di leggerlo, la mia indignazione alla fine del libro,  fu talmente tanta che feci una discussione accesissima con mio padre. Sostenendo la teoria che fossero stati tutti, in qualche modo,  consenzienti nei confronti di questo massacro! In quanto, dal mio punto di vista, non ritenevo possibile che la popolazione intera fosse rimasta inerte davanti ad un orrore simile.

Mio padre ricordo cercava di farmi ragionare, spiegando e dando delle giustificazioni … dicendo che la gente allora ”non sapeva” … non era sicura.  Al che rispondevo che i rastrellamenti degli ebrei c’erano in tutte le città e che a qualcuno un ”dubbio” avrebbe pur dovuto venire o no?

Come mi sbagliavo! Come il mio entusiasmo giovanile mi portava a veder ”distorta la realtà”!

Oggi sta accadendo una cosa altrettanto orribile in Siria! Un Paese che si ritrova con una popolazione in gravi condizioni di precarietà e a rischio vita. Vediamo tutti i giorni sui telegiornali questo esodo drammatico,  queste famiglie che devono abbandonare le loro case distrutte dai bombardamenti per mettersi in salvo, e che cosa facciamo?

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Bene che vada … ci disperiamo! Ma il ”nostro tran tran …” deve continuare, quindi? Quindi ”chiudiamo un occhio” quando non li chiudiamo tutti e due!  Senza contare che ci sono addirittura dei ”mostri ignoranti” che sostengono: ”ma che stiano a casa loro”!

Chiudiamo un occhio e deleghiamo la politica per risolvere il problema. Che cosa sta facendo la politica? Vediamo un po’ …

Fino ad oggi i negoziati per ‘sto conflitto che dilania il Paese e che ha causato circa 250.000 vittime e un immenso fiume di rifugiati nei paesi vicini – non hanno avuto esiti. Sono ormai più di 13 milioni i siriani bisognosi di assistenza.

Per capire qualcosa di quello che sta succedendo vale la pena tenere a mente che in Siria stanno combattendo diversi gruppi e i fronti di guerra sono molti: c’è il regime di Assad che combatte contro i ribelli moderati, contro i gruppi jihadisti, tra cui al Qaida, e in misura minore contro l’ISIS. I ribelli moderati combattono contro il regime di Assad e contro l’ISIS, e a seconda dell’opportunità combattono contro o si alleano con i gruppi jihadisti.

Poi bisogna anche cercare di capire, in mezzo a ‘sto casino,  quali stati esterni sono intervenuti in Siria … contro chi combattono e perché.

Vediamo un po’ quali sono questi Stati …

Stati Uniti – Appoggiano i ribelli anti-Assad più moderati, anche se non ne sono rimasti molti. Hanno individuato come loro nemico principale l’ISIS, che bombardano, sia in Siria che in Iraq. Hanno avviato un piano per l’addestramento di alcuni ribelli finalizzato a sconfiggere l’ISIS, spendendo diversi milioni di dollari: finora con risultati deludenti. Gli Stati Uniti si oppongono anche al regime di Bashar al Assad, ma non tanto quanto si oppongono all’ISIS. In passato, oltre all’ISIS, gli aerei da guerra americani hanno colpito in Siria anche il cosiddetto ”Gruppo Khorasan”, una cellula di al Qaida incaricata di pianificare obiettivi terroristici all’estero.

Francia – Appoggia i ribelli più moderati, tra cui i curdi nel nord-est della Siria. Si oppone all’ISIS, ad altri gruppi jihadisti e ad Assad, ma come gli Stati Uniti bombarda solo il primo. Gli attacchi aerei francesi in Siria sono iniziati più tardi: fino ad allora la Francia era stata molto riluttante a intervenire in Siria – mentre in Iraq aveva già cominciato da tempo – anche per paura di rafforzare indirettamente il regime di Assad. Diversi analisti dicono che le ragioni dell’intervento francese sono due: una reazione ai recenti attacchi terroristici compiuti da alcuni simpatizzanti dell’ISIS in territorio francese e il timore di essere messi da parte quando ci sarà da negoziare il futuro della Siria. A differenza di altri paesi europei, la Francia ha continuato a mantenere una certa autonomia dagli Stati Uniti in politica estera e l’interventismo non è una cosa così strana per la politica francese.

Russia – Appoggia il regime di Bashar al Assad, che è l’unico importante alleato del governo russo in Medio Oriente. Giustifica il suo intervento nella guerra in Siria come mossa preventiva contro l’ISIS, ma i suoi primi bombardamenti hanno colpitotre province siria ne – Homs, Hama e Latakia – in cui l’ISIS non è presente. Alcuni analisti pensano che i veri obiettivi di Putin siano gruppi ribelli che stanno contendendo ad Assad il controllo delle zone della Siria ancora sotto il controllo governativo, soprattutto nell’ovest. Già nelle ultime settimane la Russia aveva mandato diversi aerei da guerra e rafforzato la sua presenza in una base militare a Latakia, città costiera siriana saldamente sotto il controllo di Assad.

Iran – È l’unico alleato del regime di Bashar al Assad in Medio Oriente, da alcuni decenni. Dall’inizio della guerra, nel 2011, fornisce soldi, armi e invia consiglieri militari al governo siriano. Nella primavera di quest’anno ha combattuto attivamente l’ISIS in Iraq a fianco dell’esercito iracheno ma senza un reale coordinamento con la coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti (Iran e Stati Uniti sono nemici): lo ha fatto con alcuni uomini ma soprattutto con diverse milizie sciite irachene sotto il suo controllo. In Siria ha agito soprattutto tramite Hezbollah, gruppo sciita libanese che si oppone tradizionalmente a Israele. I militanti di Hezbollah hanno aiutato Assad a riconquistare alcuni territori vicino al confine libanese, cioè nella Siria occidentale, considerata una roccaforte del regime di Assad.

Turchia – I suoi nemici principali sono due: il regime di Bashar al Assad e i curdi alleati con il PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan che per anni ha agito contro il governo soprattutto nella Turchia meridionale. Le posizioni della Turchia nella guerra contro l’ISIS sono state molto discusse: per diverso tempo la Turchia – che è membro della NATO – ha appoggiato formalmente l’azione della coalizione anti-ISIS guidata dagli Stati Uniti, ma poco altro. Non ha concesso le sue basi agli aerei da guerra americani e non ha fatto quasi nulla per rendere il suo confine con la Siria meno “poroso”, permettendo per esempio a molti “foreign fighters” di unirsi all’ISIS e ad altri gruppi jihadisti che combattono contro Assad. Dopo l’ attacco terroristico nella città turca di Suruc rivendicato dall’ISIS, lo scorso luglio, la Turchia ha cambiato atteggiamento: ha compiuto qualche attacco contro l’ISIS al confine siriano e ha concesso l’uso delle sue basi agli americani. Ma i suoi obiettivi non sono cambiati: la priorità rimane la caduta di Assad e non la sconfitta dell’ISIS.

Arabia Saudita – Appoggia i ribelli che combattono contro Assad – non fa tanta differenza tra ribelli più e meno moderati – e da circa un anno ha cominciato a bombardare l’ISIS in Siria all’interno della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Secondo alcuni appoggia l’ISIS, secondo altri non appoggia né finanzia l’ISIS.  (Capirci qualche cosa qui in mezzo è complicato) La sua priorità, comunque, è la caduta del regime di Assad! Perché? Perché Assad è il principale alleato dell’Iran in Medio Oriente, e l’Iran è il principale nemico dell’Arabia Saudita! Seplice no?  Il ministro degli Esteri saudita, Adel al Jubeir, ha detto martedì che il suo paese non accetterà alcuna soluzione alla guerra in Siria che preveda Assad ancora al potere, come invece propone la Russia. I sauditi sono anche disposti ad aumentare i finanziamenti e la fornitura di armi ai ribelli che combattono Assad.

Israele – Formalmente Israele non è coinvolto nella guerra in Siria, nonostante condivida con la Siria una parte di confine sulle contese Alture del Golan e quindi sia interessato alla generale instabilità causata dalla guerra. Di fatto da diverso tempo Israele compie bombardamenti occasionali contro alcune postazioni dell’esercito siriano. La situazione è piuttosto complicata: in un recente incontro con Putin, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha detto che Israele non è né a favore né contro Assad. Il problema principale degli israeliani riguarda le attività del gruppo libanese Hezbollah, che oltre a combattere a fianco ad Assad nella guerra in Siria da molti anni lancia dei razzi dal sud del Libano per colpire obiettivi nel nord di Israele. Israele sembra interessato alle attività del governo di Assad nella misura in cui queste stesse attività possano rafforzare Hezbollah in Siria. L’Economist scrive che Netanyahu e Putin hanno trovato una specie di accordo: nonostante il loro intervento in Siria, i russi non metteranno in pericolo gli interessi strategici israeliani in Siria; in cambio gli israeliani hanno assicurato che non interverranno per rimuovere Assad dal potere.

Qatar – Sostiene soprattutto finanziariamente i ribelli che combattono contro Assad, senza farsi troppi problemi di quanto siano moderati. Il New York Times ha scritto che nel 2013 ha fornito ai ribelli dei missili terra-aria, ignorando le preoccupazioni americane che di quelle armi potessero impadronirsi i gruppi jihadisti o terroristi. Anche gli altri paesi del Golfo Persico hanno assunto una posizione simile a quella del Qatar. L’obiettivo principale per tutti loro, come per l’Arabia Saudita, è la caduta del regime di Assad.

Regno Unito – Si oppone all’ISIS, ad altri gruppi jihadisti e ad Assad e sostiene i ribelli più moderati. Finora però i bombardamenti britannici si sono limitati a colpire l’ISIS in Iraq, anche se di recente il Regno Unito ha condotto un’operazione militare in Siria con dei droni uccidendo due cittadini britannici che si erano uniti all’ISIS…

Non è per voler fare ”Ponzio Pilato” … ma che cosa potremmo fare noialtri oltre che firmare una ”petizione su Internet”? Se la volete firmare eccola qui sotto:

https://www.change.org/p/siria-se-vuoi-la-pace-prepara-la-pace-paceinsiria

Alla prossima

Elena

 

 

fonti:

http://www.nytimes.com/2015/10/01/world/middleeast/the-syria-conflicts-overlapping-agendas-and-competing-visions.html

http://www.ilpost.it/2015/09/20/guerra-contro-isis/

http://www.nytimes.com/2013/06/30/world/middleeast/sending-missiles-to-syrian-rebels-qatar-muscles-in.html?_r=0 

http://www.economist.com/news/middle-east-and-africa/21669563-though-opposite-sides-syrian-conflict-binyamin-netanyahu-and-vladimir-putin-agree

http://www.ilpost.it/2015/07/24/turchia-bombardamento-isis/

http://www.ilpost.it/2015/07/20/esplosione-suruc-turchia/

http://www.ilpost.it/2013/06/06/a-qusayr-ha-vinto-assad/

 

PALESTINESI … CHE COSA HANNO FATTO DI MALE PER MERITARSI UNA COSI’ MISERA ESISTENZA ????

Non hanno fatto proprio ”nulla” … il dramma è che la cosiddetta società ”civile”,  nonostante tutte le sovrastrutture che noi ci abbiamo messo attorno, per renderla ”buona e bella”,   alla fin dei fini … sta sempre e solo dalla parte dei ”più forti”.

Vediamo un po’ , a sommi capi, in che cosa consiste il ”calvario dei palestinesi” …

Tra il 1920 e il 1948, l’area della Palestina Storica è governata dal governo britannico come parte del mandato della Società delle Nazioni. Il 29 novembre 1947, la seconda seduta del Consiglio Generale delle Nazioni Unite approva la divisione della Palestina in stati ebraici e stati arabi, con 33 voti a 13, 10 astenuti e un assente. I vertici arabi (dentro e fuori la Palestina) si oppongono alla spartizione, sostenendo che questa violi i diritti della maggioranza dei palestinesi!

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A causa dell’escalation di violenza scaturita a seguito del piano di spartizione e alla fine del mandato britannico in Palestina, oltre 700,000 palestinesi lasciano le proprie terre che,  dal 15 maggio 1948,  appartengono, grazie alla decisione dell’ONU, ad Israele. Questa migrazione forzata è nota come Nakba, che, in lingua araba significa  ”catastrofe” !  Nella foto, un convoglio di camion trasporta i rifugiati palestinesi e i loro averi da Gaza a Hebron, in Cisgiordania. – 1949 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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I palestinesi cominciano a lasciare le loro terre già alla fine del 1947, ma la più grande migrazione si ha tra l’ aprile e l’ agosto del 1948. A partire dall’autunno 1948, prende forma una catastrofe umanitaria di immense proporzioni, con oltre 700,000 persone in fuga.  – 1948 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Le vite dei rifugiati palestinesi sono sconvolte, alle prese con malattie, sovraffollamento, mancanza di cibo e acqua  vivendo in posti sconosciuti. Molti posseggono ormai solo le cose che possono trasportare.  Hanno perso la loro casa, la loro terra, la loro famiglia … Hanno perso una vita intera.  – 1948 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Una donna palestinese, siede con i suoi bambini, davanti a quella che era la sua casa, e dove non potrà mai più entrare.  I palestinesi sono estromessi dalle loro case, econdo quanto stabilito dalla linea di armistizio del 1949 (la cosiddetta Linea Verde), dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948. – senza data. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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UNRWA, l’Agenzia creata dall’Assemblea Generale nel novembre 1949 per portare sviluppo e assistenza di emergenza alle comunità, comincia le operazioni sul campo in Medio-Oriente nel 1950. Questa foto ritrae alcuni giovani rifugiati palestinesi su un trattore vicino ad una scuola dell’UNRWA. – senza data. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Il 5 giugno del 1967, scoppiano le ostilità tra Israele e gli stati Arabi confinanti. Circa 400,000 palestinesi fuggono verso la Giordania dalla Cisgiordania e Gaza attraversando il ponte di Allenby, distrutto nel corso dei combattimenti. A piedi, i rifugiati trasportano sulle spalle i malati, gli anziani e i pochi averi rimasti. – 1967. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Molti degli sfollati durante il conflitto arabo-israeliano del 1967 erano già registrati come rifugiati, e per questo rifugiati una seconda volta. Circa 150.000 rifugiati registrati scappano dalla Cisgiordania verso la Giordania. Altri 38.500 lasciano Gaza per la Giordania. Circa 16,000 rifugiati registrati dalle alture del Golan in Siria si rifugiano principalmente a Damasco e Dera’a, nel sud. Per gestire il flusso di nuovi migranti, vengono creati 9 campi, sei di questi in Giordania. 48 anni dopo, l’occupazione israeliana nei territori palestinesi continua. In questa foto una ragazza si trova sul ponte Allenby, a 8 km da Gerico e 43 da Gerusalemme.  – 1967. Archivi UNRWA, George Nemeh.

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Per tutta la durata del violento periodo che va dal 1974 al 1990, compresa l’invasione israeliana del 1982, i campi palestinesi in Libano sono terreno di pesanti battaglie e tragedie. Dei 16 campi sul territorio libanese, ne rimangono solo 12 nel 1990. La foto mostra una donna con il figlio mentre fanno ritorno al campo di Burj al-Barajneh, dopo aver appreso che un parente stretto è stato ucciso. – 1986 Archivi UNRWA foto di H. Haidar.

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Il massacro di diverse centinaia di palestinesi e altri civili nel campo di Sabra e Shatila, a sud di Beirut, tra il 16 e il 18 settembre 1982, mostra in maniera drammatica la vulnerabilità dei rifugiati palestinesi.  – 1982Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Nel dicembre 1987, scoppiano gli scontri tra le forze di sicurezza israeliane e i palestinesi nel campo di Jabalia, che si estendono alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania. I violenti scontri tra le truppe israeliane e i palestinesi non si fermano e, alla fine del mese, si contano più di 20 palestinesi uccisi e molti altri feriti. È l’inizio dell’Intifada, la sollevazione, durante la quale oltre 1300 tra israeliani e palestinesi perdono la vita. In questa foto vediamo una scena di vita quotidiana, nella Striscia di Gaza, durante la prima Intifada.  – 1988 Archivi UNRWA foto di George Nemeh.

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La speranza per le generazioni future arriva nel 1993 quando il Governo di Israele e l’OLP firmano gli Accordi di Pace di Oslo, accordandosi su un processo di pace che lascerebbe alla Palestina il diritto all’autogoverno. Questa foto mostra un gruppo di palestinesi nel campo di Bureji a Gaza, mentre guardano la storica firma degli Accordi del Cairo il 4 maggio del 1994, un seguito degli accordi di Oslo,  in cui vengono inclusi i dettagli dell’autonomia palestinese. – Archivi UNRWA foto di Munir Nasr.

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Nel 2000 un’ondata di proteste e violenze porta a quella che poi è stata conosciuta come la Seconda Intifada nei territori palestinesi occupati. Le violenze continuano per diversi anni, con un gran numero di morti e feriti. I rifugiati palestinesi in Cisgiordania e Gaza si trovano in una situazione economica disastrosa: embargo e violenza hanno distrutto la maggior parte delle infrastrutture e reso centinaia di migliaia di persone dipendenti totalmente dall’assistenza umanitaria. Nella foto, un palestinese corre di fronte ad un carro armato israeliano mentre distrugge case vicino al confine egiziano, nel campo rifugiati di Rafah, nella parte sud della Striscia di Gaza. –  2004 UNRWA foto Khalil Harar

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Nell’Aprile del 2002 un’incursione militare israeliana nel campo Jenin in Cisgiordania distrugge 150 edifici lasciando circa 435 famiglie senza casa. In seguito, il campo è stato ricostruito completamente grazie al più grande progetto di ricostruzione compiuto finora dall’UNRWA.  –  2002 UNRWA foto Mia Grondahl

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Nell’estate del 2002 il Governo israeliano approva la costruzione di una barriera con l’obbiettivo (o la scusa)  di prevenire l’ingresso di kamikaze palestinesi in Israele. La maggior parte del percorso della Barriera, circa l’87%, si srotola però all’interno della Cisgiordania includendo Gerusalemme Est, invece che verso la linea dell’Armistizio del 1949. Il 9 luglio del 2004, la Corte di Giustizia emette un Giudizio Consultivo sulle Conseguenze Legali della Costruzione del Muro nei Territori Palestinese Occupati, stabilendo che la costruzione del Muro e il regime associato, anche nei territori attorno e dentro Gerusalemme Est, sono contrari alla legge internazionale. Nella foto, pastori e le loro capre davanti alla Barriera, vicino al Monte degli Ulivi a Gerusalemme. – senza data UNRWA Archive Photo by J.D. Toreai

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La barriera in Cisgiordania, con i suoi checkpoints, i blocchi stradali e il sistema di permessi necessari all’ingresso, ha creato un regime di chiusura che ha avuto effetti disastrosi su tutti gli aspetti della vita dei rifugiati palestinesi in Cisgiordania; isolando comunità e separando decine di migliaia di persone dai servizi, dalle proprie terre e dai mezzi di sussistenza. Con una popolazione mediamente composta al 27% da rifugiati palestinesi, circa 170 comunità in Cisgiordania risentono direttamente della costruzione della Barriera. Questa immagine mostra rifugiati palestinesi del villaggio di Biddu (vicino Gerusalemme) mentre aspettano all’ingresso della barriera per entrare nei propri campi durante la raccolta delle olive nell’Ottobre 2008.  – 2008 UNRWA foto Isabel de la Cruz

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La maggior parte dei beduini attualmente in Cisgiordania sono rifugiati palestinesi originari dei territori tribali dove si trova ora il deserto del Negev. Molti vivono sotto la soglia di povertà. L’Amministrazione Civile israeliana sta creando un piano per il loro trasferimento forzato dalle aree centrali della Cisgiordania alle città recentemente costruite, come Jabal (vicino a Gerusalemme) e Nweima (vicino a Gerico). La comunità beduina si è espressamente e ripetutamente opposta allo spostamento. Come rifugiati palestinesi, i beduini sperano di poter tornare nella loro terra madre nel Negev. Se questo non fosse possibile, la loro richiesta è di continuare a far parte dei piani temporanei e restare nel luogo dove ormai vivono da tempo. La minaccia cui devono far fronte rispecchia– benché in scala minore – il destino della gran parte dei rifugiati palestinesi che più di 60 anni furono forzatamente esiliati da centinaia di borghi, villaggi e città prima per rifugiarsi in campi sovraffollati. Questa fotografia rappresenta due giovani beduini della comunità di Khan al-Ahmar, vicino Gerusalemme. – 2013 UNRWA foto Alaa Ghosheh

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Nel maggio 2007, scoppiano gli scontri tra le Forze Armate libanesi e il gruppo radicale Fatah Al-Islam, infiltrato nel campo rifugiati di Nahr elBared, nel nord del Libano, che usa come base per sferrare attacchi all’esercito libanese. Il campo viene completamente raso al suolo e i suoi 27.000 abitanti sfollati. – 2007 UNRWA fotografo sconosciuto

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Nonostante la ricostruzione del campo di Nahr el-Bared iniziata nel 2009, il progetto più grande mai realizzato finora da UNRWA, ancora oggi la maggior parte della comunità è indifesa e continua ad essere fortemente dipendente dall’assistenza di UNRWA. Le prime fasi della ricostruzione – per permettere ai rifugiati di tornare nelle proprie case – sono in corso. La foto mostra una coppia in una delle abitazioni temporanee costruite nelle aree adiacenti al campo distrutto, nell’attesa che la ricostruzione sia completata. – 2010 UNRWA foto Isabel de la Cruz

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Nell’Agosto 2005, Israele si ritira unilateralmente dalla Striscia di Gaza. A seguito della vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2006, Israele impone il blocco di terra nel giugno del 2007. Gli anni successivi sono stati caratterizzati da un incremento della tensione e della violenza: incluso il lancio di razzi da Gaza verso Israele, il rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit e attacchi israeliani verso Gaza. Nel Dicembre 2008, Israele lancia un’operazione militare su larga scala nella Striscia di Gaza di 3 settimane, descritta come “l’attacco più devastante” nella storia dell’occupazione dei territori palestinesi. Altri otto giorni di violenza nel Novembre 2011 hanno visto razzi partire dalla Striscia di Gaza verso Israele, che a sua volta ha colpito Gaza ripetutamente. – 2009 foto cortesia di AFP

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La disastrosa situazione di Gaza, causata dal blocco imposto da Israele e dalla distruzione da parte egiziana dei tunnel dentro Gaza, è diventata crisi umanitaria durante i 50 giorni di guerra dell’estate 2014. Al culmine dell’emergenza, più di 290.000 persone sfollate hanno trovato rifugio nei centri di accoglienza temporanea di UNRWA predisposti per l’emergenza. Come risultato delle ostilità, il numero di palestinesi dipendenti da UNRWA per il cibo è cresciuto da 80.000 nel 2000 a più di 800.000 oggi. Circa un milione di bambini ha vissuto sofferenze incredibili, con una stima di 400.000 minori che hanno bisogno di assistenza psicologica. Se potessero avere un’esistenza ”normale” non ne avrebbero certamente bisogno! – 2014 UNRWA foto Shareef Sarhan

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UNRWA stima in più di 110.000 le abitazioni di rifugiati palestinesi rase al suolo durante la guerra dei 50 giorni nell’estate 2014, che ha provocato un livello di distruzione inestimabile e la demolizione in egual numero di infrastrutture pubbliche e attività commerciali e private, peggiorando la già grave situazione economica in cui versava la popolazione prima della guerra. Il collasso economico ha avuto un impatto immediato sulla disoccupazione, portando la percentuale di disoccupati al 50%. Distruzione e sfollamento, insieme a disoccupazione, assenza di libertà di movimento e lentezza della ricostruzione hanno portato il Commissario Generale dell’UNRWA Krähenbϋhl a definire la situazione “una bomba a orologeria”. Ma va? … Chi lo avrebbe mai detto … – 2014 UNRWA foto Shareef Sarhan

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Nel frattempo, ”ciliegina sulla torta”,  è iniziata anche la guerra civile in Siria. Nel Marzo 2011, manifestazioni popolari accendono la scintilla di quello che diverrà il conflitto armato in Siria. Tutti e 12 i campi di rifugiati palestinesi e i 560.000 palestinesi regolarmente registrati nel Paese vengono duramente colpiti. Dall’agosto 2013, più della metà dei rifugiati palestinesi in Siria è sfollata; molti, tra cui anche alcuni membri del personale dell’UNRWA, vengono feriti o perdono la vita. Tutti hanno bisogno di assistenza da parte dell’UNRWA. Questa è una fotografia di Aya (la bimba con il vestito rosso) e della sua famiglia nel soggiorno della loro casa a Jaramana vicino a Damasco. Aya (5 anni) e sua sorella Maram sono state ferite da colpi di mortaio mentre tornavano a casa da scuola nell’Ottobre 2013. Aya è dilaniata dalle ferite fisiche e psicologiche che non solo hanno cambiato la vita della sua famiglia, ma raccontano la storia vulnerabilità estrema di numerose famiglie che come la sua sono colpite dal conflitto in Siria. – 2014 UNRWA foto Carole Alfarah

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Molti rifugiati in Siria e in tutta la regione, tra Libano e Giordania, vivono in rifugi collettivi temporanei da più di due anni. Per molti di loro questo è il secondo o il terzo sfollamento dal 1948. Il Commissario generale dell’UNRWA, Krähenbϋhl, ha detto che “appartengono ad una comunità che è stata destabilizzata storicamente, e che aspetta ancora una soluzione definitiva che ponga fine alla loro sofferenza”. Questa fotografia mostra dei rifugiati palestinesi che innalzano le tende in una struttura dell’UNRWA vicino a Damasco durante la tempesta Huda, che ha allagato tutta la regione nel Gennaio 2015. – 2014 UNRWA foto Taghrid Mohammad

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Il campo rifugiati di Yarmouk, a sud di Damasco, è stato una casa per più di 170.000 rifugiati palestinesi. Dopo che i gruppi armati hanno raggiunto l’area, è iniziato l’assedio dall’esercito siriano. Dall’estate del 2013, 18.000 civili, perlopiù rifugiati palestinesi inclusi 3.500 bambini, sono imprigionati nel quartiere in condizioni disumane, senza cibo, acqua e medicine, tagliati fuori dal mondo. Questa immagine, scattata da UNRWA nel febbraio 2014, mostra un fiume di persone disperate, in fila per le razioni di cibo tra le case distrutte, dopo mesi di privazioni e isolamento. Yarmouk non solo è diventato il simbolo della profonda sofferenza dei rifugiati palestinesi in Siria, ma rappresenta anche i continui sfollamenti dei rifugiati palestinesi che proseguono da più di 60 anni. A seguito dell’infiltrazione a Yarmouk il 1 Aprile 2015 di un gruppo armato conosciuto per la sua brutalità e dell’intensificarsi degli scontri, il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha definito Yarmouk “l’ultimo girone dell’inferno”. – 2014 foto UNRWA

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La cartina che segue è quella che ”sintetizza” al meglio quanto sopra riportato:

Israele-Palestina

Cosa devono ancora aspettarsi queste creature? Che differenza c’è tra i palestinesi di oggi … ed i pellerossa indiani di allora?

Mah …

Alla prossima

 

Elena

 

http://www.unrwa.org

Fonte: Sole 24 ore