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Siria, 65 morti in raid chimico! Ormai attaccano anche …

… gli ospedali.

Ma la domanda è: ”Chi è ”Stato”?
Naturalmente tutti prendono le distanze da questo attacco vergognoso.

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Assad dice di non esser ”Stato” lui … Putin, si difende dicendo che non ha aerei nella zona …  la ”coalizione Siriana” un gruppo di opposizione, paragona l’attacco chimico come quello avvenuto nell’est Ghouta nel 2013,  un attacco chimico non punito dalla comunità internazionale. (°)

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ma va?

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… detto da lui …

Un consiglio di emergenza, richiesto dalla Francia all’ONU, è stato programmato per domani. Jean-Marc Ayrault il ministro degli esteri francese ha definito l’attacco  vergognoso.
Il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha telefonato in Russia ed in Iran chiedendo di esercitare la loro ”influenza” sul regime siriano aggiungendo che le loro nazioni hanno una grande responsabilità su quanto accaduto.

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Il Primo Ministro inglese, Teresa May,  ha detto di esser scioccata dall’attacco ed è andata ”oltre” , dichiarando che bisogna preparare una ”transizione” al governo di Assad, in quanto NON può esserci un futuro per lui,  in una ”Siria” stabile.

Famiglie intere sono morte durante l’attacco … morte asfissiate con la schiuma alla bocca!

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Ci avviciniamo sempre di più ad una guerra mondiale?

Alla prossima

Elena

 

(°) cosa è successo veramente a Ghouta? Le notizie che abbiamo sono vere o ”manipolate”?

Afghanistan – attentato Kabul – chi è stato?

L’ Isis, tanto per cambiare, rivendica l’ attentato contro gli sciiti a Kabul di sabato scorso.
Un bilancio di 80 morti e oltre 230 feriti nell’attentato suicida che, in piena Kabul, ha preso di mira una manifestazione di protesta di esponenti della minoranza etnica degli hazara, che professano la confessione sciita.

Gli hazara sono un’etnia di lingua persiana e di religione sciita insediata soprattutto nell’Afghanistan centrale. I dimostranti hazara cercavano di raggiungere in corteo il Palazzo Presidenziale, stavano protestando contro un mega-progetto governativo per la creazione di una linea dell’alta tensione che collega la capitale afghana con il Turkmenistan, ma che discriminerebbe la provincia di Bamyan, dove gli hazara costituiscono la maggior parte della popolazione, fornendo loro energia a potenza dimezzata.

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I talebani afghani, inizialmente indicati come possibili responsabili dell’attentato, hanno negato ogni addebito. Il portavoce degli insorti, Zabihullah Mujahid, ha sottolineato in un comunicato che l’attentato “è una cospirazione di chi vuole la  divisione del popolo afghano”. A farsi avanti, invece, è stata la solita l’Isis con questo comunicato: “Due combattenti dello Stato islamico hanno fatto esplodere le loro cinture esplosive in un raduno sciita nel quartiere Dehmazang di Kabul, in Afghanistan”.

Tastando il ”polso” della situazione su fb, molti si lamentano della poca partecipazione degli utenti in rete,  al ”dolore” di queste perdite …
Vorrei dire che è difficile parlare di una cosa che si fa fatica a capire … non sappiamo nemmeno chi ha fatto l’attentato!
La situazione in Afganistan è drammatica da parecchio tempo, e non mi riferisco alla guerra scatenata da Bush e dagli alleati del Nord (Regno Unito, Francia, Canada …) dopo l’attentato del 2001 alle Torri Gemelle, che ha iniziato di fatto una guerra contro talebani e milizie ONU per circa 13 anni … ma da quando è stato nominato il Mollah Mansour alla testa dei Telebani, al posto del defunto Omar, il leader storico dei ribelli islamisti. Da questa nomina gli attentati sono all’ordine del giorno.
Attacchi alle caserme … attacchi con camion carichi di dinamite nei quartieri residenziali …
Dal dicembre 2014,  quando cioè la maggioranza dei soldati ONU ha lasciato il paese (è rimasto solo un piccolo contingente con missione di ”consulenza” per l’esercito regolare afgano) le violenze contro i soli civili ammontato a 1.592 morti e 3.329 feriti.  E questo senza contare le vittime tra polizia e militari … che devono ormai contenere da sole una insurrezione che coinvolge tutto il paese.

Cioè … voglio dire, dovremmo inorridire ogni giorno … non solo per l’attentato di sabato!

Pare questi attacchi siano una dimostrazione di ”forza” da parte di quei talebani che rifiutano la nomina di Mansour al posto di Omar. Insomma una guerra di fazioni per il potere.

E comunque, pur senza esser sicuri di chi ha compiuto l’attentato di sabato a Kabul …  l’Isis, senza sapere né leggere né scrivere, se ne è già assunta la paternità! Lo fa ormai per qualsiasi atto di sangue che accade nel mondo, anche se non è vero.  Lo fa per far credere ai suoi nemici di disporre di una rete capillare di “cellule a disposizione” pronte ad agire in tutto il mondo!

Tra l’altro il bacino di utenza in cui pescare queste ”cellule” diventa, grazie alla crisi economica, sempre più grande. Il Califfato non ha necessariamente bisogno di combattenti militarmente addestrati sparsi ovunque … ma grazie alla propaganda su Internet riesce a “radicalizzare” indirettamente e persino inconsapevolmente qualsiasi pazzo/deficiente/disperato in circolazione.
Non è necessario che costoro siano addestrati con armi ed esplosivi … bastano anche solo dei ”lupi solitari” su un camion! Personaggi che accettano di buon grado di commettere una strage e poi di suicidarsi giusto per passare alla storia!

Secondo la mia misera opinione di ”mamma” …  al di là di tutto ‘sto casino religioso, di potere, di ideologie finte  … il modo migliore per combattere il terrorismo è dare un futuro sereno agli abitanti del pianeta.

Alla prossima

 

Elena

 

 

http://lecourrier-dalgerie.com/afghanistan-attentats-les-plus-meurtriers-a-kaboul-en-2015-44-morts/

8 MARZO – giornata internazionale della donna !

L’8 marzo è la ”giornata internazionale della donna  o più semplicemente la  ”festa della donna”. Questo giorno è stato fissato per ricordare le conquiste economiche, politiche e sociali di noialtre, ma anche le discriminazioni e le violenze che subiamo tuttora.

Da quando si celebra ufficialmente? Dal 1977 su decisione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che riconobbe gli sforzi della donna in favore della pace e la necessità della loro piena e paritaria partecipazione alla vita civile e sociale.

Perché l’Onu ha scelto proprio l’8 marzo? Perché fin dall’inizio del secolo scorso, in un clima di rivendicazione di diritti, influenzato specialmente dalle proposte e dall’azione del Congresso Socialista, le donne avevano scelto questa data per celebrare le loro conquiste. Infatti l’8 marzo era il giorno in cui, più di altri, le donne erano state protagoniste di grandi eventi.

Quali eventi? Nel 1908 a New York decine di migliaia di operaie protestarono con una marcia per ottenere lavoro e paga più dignitosi, protestavano anche per il diritto di voto e per l’abolizione del lavoro minorile. Lo slogan era ”Bread and Roses” e cioè, pane,  per simboleggiare la sicurezza economica e rose,  per indicare una qualità di vita migliore.  Negli Usa la prima giornata della donna fu voluta dal partito socialista per il diritto di voto la domenica del 28 febbraio 1909.

In questa occasione si vogliono anche ricordare le donne che perirono durante un incendio avvenuto nella fabbrica ”Triangle” a New York il 25 marzo del 1911.  Fu il più grave incidente industriale della storia di New York e causò la morte di 146 persone (123 donne e 23 uomini), per la maggior parte giovani immigrati italiani ed ebrei. L’evento ebbe un forte eco sociale e politico, a seguito del quale vennero varate nuove leggi sulla sicurezza sul lavoro e crebbero notevolmente le adesioni alla ”International Ladies Garment Workers Union” uno dei più importanti sindacati degli Stati Uniti.

La ”Triangle Shirtwaist Company” produceva camicette alla moda. Di proprietà di Max Blanck e Isaac Harris, occupava i 3 piani più alti del palazzo a 10 piani ”Asch building” a New York City. La compagnia dava lavoro a circa 500 lavoratori, la maggior parte di essi, giovani donne immigrate dalla Germania, dall’Italia, e dall’Europa dell’Est.  Alcune di loro avevano solo 12 o 13 anni e facevano turni di 14 ore per una settimana lavorativa che andava dalle 60 ore alle 72 ore e il salario medio per le lavoratrici donne si aggirava  sui 6 o 7 dollari la settimana! Le dure condizioni di lavoro innescarono una protesta da parte delle dipendenti alla Triangle Company.

La International Ladies Garment Workers Union  negoziò, dopo 4 mesi di scioperi,  un contratto collettivo di lavoro che copriva quasi tutti i lavoratori, ma i proprietari della Triangle Shirtwaist rifiutarono di firmare l’accordo.

Le condizioni della fabbrica erano decisamente pericolose, tessuti infiammabili –  quindi alto carico di fuoco – erano stoccati un po’ per tutta la fabbrica, scarti di tessuto erano sparsi sul  pavimento, gli uomini che lavoravano come tagliatori fumavano durante il lavoro,  l’illuminazione era fornita da luci a gas … e c’erano pochi secchi d’acqua per spegnere gli incendi.

Il pomeriggio del 25 marzo 1911 , un incendio  che iniziò all’ottavo piano della Shirtwaist Company uccise 146 operai di entrambi i sessi.  Poiché la fabbrica occupava gli ultimi tre piani di un palazzo di dieci piani, 62 delle vittime morirono nel tentativo disperato di salvarsi lanciandosi dalle finestre dello stabile non essendoci altra via d’uscita. Il processo che seguì assolse i proprietari e l’assicurazione pagò loro 445 dollari per ogni morto … il risarcimento alle famiglie fu invece di soli 75 dollari. Migliaia di persone presero parte ai funerali delle vittime. Quindi oggi si ricordano anche quelle povere creature …

Perché si regalano le mimose? 

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È una tradizione ormai … e fin dalla mattina presto si vedono mazzi di mimose un po’ ovunque!” Esposti dai fiorai , sulle bancarelle dei mercati, venduti agli incroci dai venditori ambulanti.

La tradizione di regalare mimose forse è solo italiana, anche se in moltissimi paesi è tradizioni regalare fiori alle donne l’8 marzo. Fino agli anni Settanta, l’8 marzo è sempre stato considerato una festa di sinistra, strettamente legata al partito socialista: per questa ragione durante i vent’anni di regime fascista  non fu mai considerata o celebrata (tra l’altro il partito socialista era illegale all’epoca). Nel 1946, appena finita la guerra, si festeggiò l’8 marzo per la prima volta in maniera più o meno “ufficiale”.

Esistono versioni molto romantiche e fantasiose sul perché si regali proprio la mimosa per la festa della donna.  Secondo i racconti dell’epoca, si voleva usare come fiore simbolo della festa la violetta, ma la violetta era un fiore costoso e difficile da trovare. L’Italia era appena uscita dalla guerra e quasi tutti erano in condizioni economiche precarie e avrebbero avuto molte difficoltà a procurarsi delle violette.

Venne proposto quindi di adottare un fiore molto più economico, che fiorisse alla fine dell’inverno e che fosse facile da trovare nei campi: da qui nacque l’idea della mimosa, che tra l’altro era il fiore che i partigiani regalavano alle staffette.

Anche se la festa della donna non divenne una ricorrenza popolare fino agli anni Settanta, la tradizione della mimosa ebbe successo e si mantiene ancora oggi.

Insomma oggi è la nostra festa … trattateci bene … siamo l’altra metà del cielo e facciamo un sacco di cose.

Alla prossima

Elena

 

PALESTINESI … CHE COSA HANNO FATTO DI MALE PER MERITARSI UNA COSI’ MISERA ESISTENZA ????

Non hanno fatto proprio ”nulla” … il dramma è che la cosiddetta società ”civile”,  nonostante tutte le sovrastrutture che noi ci abbiamo messo attorno, per renderla ”buona e bella”,   alla fin dei fini … sta sempre e solo dalla parte dei ”più forti”.

Vediamo un po’ , a sommi capi, in che cosa consiste il ”calvario dei palestinesi” …

Tra il 1920 e il 1948, l’area della Palestina Storica è governata dal governo britannico come parte del mandato della Società delle Nazioni. Il 29 novembre 1947, la seconda seduta del Consiglio Generale delle Nazioni Unite approva la divisione della Palestina in stati ebraici e stati arabi, con 33 voti a 13, 10 astenuti e un assente. I vertici arabi (dentro e fuori la Palestina) si oppongono alla spartizione, sostenendo che questa violi i diritti della maggioranza dei palestinesi!

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A causa dell’escalation di violenza scaturita a seguito del piano di spartizione e alla fine del mandato britannico in Palestina, oltre 700,000 palestinesi lasciano le proprie terre che,  dal 15 maggio 1948,  appartengono, grazie alla decisione dell’ONU, ad Israele. Questa migrazione forzata è nota come Nakba, che, in lingua araba significa  ”catastrofe” !  Nella foto, un convoglio di camion trasporta i rifugiati palestinesi e i loro averi da Gaza a Hebron, in Cisgiordania. – 1949 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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I palestinesi cominciano a lasciare le loro terre già alla fine del 1947, ma la più grande migrazione si ha tra l’ aprile e l’ agosto del 1948. A partire dall’autunno 1948, prende forma una catastrofe umanitaria di immense proporzioni, con oltre 700,000 persone in fuga.  – 1948 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Le vite dei rifugiati palestinesi sono sconvolte, alle prese con malattie, sovraffollamento, mancanza di cibo e acqua  vivendo in posti sconosciuti. Molti posseggono ormai solo le cose che possono trasportare.  Hanno perso la loro casa, la loro terra, la loro famiglia … Hanno perso una vita intera.  – 1948 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Una donna palestinese, siede con i suoi bambini, davanti a quella che era la sua casa, e dove non potrà mai più entrare.  I palestinesi sono estromessi dalle loro case, econdo quanto stabilito dalla linea di armistizio del 1949 (la cosiddetta Linea Verde), dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948. – senza data. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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UNRWA, l’Agenzia creata dall’Assemblea Generale nel novembre 1949 per portare sviluppo e assistenza di emergenza alle comunità, comincia le operazioni sul campo in Medio-Oriente nel 1950. Questa foto ritrae alcuni giovani rifugiati palestinesi su un trattore vicino ad una scuola dell’UNRWA. – senza data. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Il 5 giugno del 1967, scoppiano le ostilità tra Israele e gli stati Arabi confinanti. Circa 400,000 palestinesi fuggono verso la Giordania dalla Cisgiordania e Gaza attraversando il ponte di Allenby, distrutto nel corso dei combattimenti. A piedi, i rifugiati trasportano sulle spalle i malati, gli anziani e i pochi averi rimasti. – 1967. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Molti degli sfollati durante il conflitto arabo-israeliano del 1967 erano già registrati come rifugiati, e per questo rifugiati una seconda volta. Circa 150.000 rifugiati registrati scappano dalla Cisgiordania verso la Giordania. Altri 38.500 lasciano Gaza per la Giordania. Circa 16,000 rifugiati registrati dalle alture del Golan in Siria si rifugiano principalmente a Damasco e Dera’a, nel sud. Per gestire il flusso di nuovi migranti, vengono creati 9 campi, sei di questi in Giordania. 48 anni dopo, l’occupazione israeliana nei territori palestinesi continua. In questa foto una ragazza si trova sul ponte Allenby, a 8 km da Gerico e 43 da Gerusalemme.  – 1967. Archivi UNRWA, George Nemeh.

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Per tutta la durata del violento periodo che va dal 1974 al 1990, compresa l’invasione israeliana del 1982, i campi palestinesi in Libano sono terreno di pesanti battaglie e tragedie. Dei 16 campi sul territorio libanese, ne rimangono solo 12 nel 1990. La foto mostra una donna con il figlio mentre fanno ritorno al campo di Burj al-Barajneh, dopo aver appreso che un parente stretto è stato ucciso. – 1986 Archivi UNRWA foto di H. Haidar.

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Il massacro di diverse centinaia di palestinesi e altri civili nel campo di Sabra e Shatila, a sud di Beirut, tra il 16 e il 18 settembre 1982, mostra in maniera drammatica la vulnerabilità dei rifugiati palestinesi.  – 1982Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Nel dicembre 1987, scoppiano gli scontri tra le forze di sicurezza israeliane e i palestinesi nel campo di Jabalia, che si estendono alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania. I violenti scontri tra le truppe israeliane e i palestinesi non si fermano e, alla fine del mese, si contano più di 20 palestinesi uccisi e molti altri feriti. È l’inizio dell’Intifada, la sollevazione, durante la quale oltre 1300 tra israeliani e palestinesi perdono la vita. In questa foto vediamo una scena di vita quotidiana, nella Striscia di Gaza, durante la prima Intifada.  – 1988 Archivi UNRWA foto di George Nemeh.

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La speranza per le generazioni future arriva nel 1993 quando il Governo di Israele e l’OLP firmano gli Accordi di Pace di Oslo, accordandosi su un processo di pace che lascerebbe alla Palestina il diritto all’autogoverno. Questa foto mostra un gruppo di palestinesi nel campo di Bureji a Gaza, mentre guardano la storica firma degli Accordi del Cairo il 4 maggio del 1994, un seguito degli accordi di Oslo,  in cui vengono inclusi i dettagli dell’autonomia palestinese. – Archivi UNRWA foto di Munir Nasr.

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Nel 2000 un’ondata di proteste e violenze porta a quella che poi è stata conosciuta come la Seconda Intifada nei territori palestinesi occupati. Le violenze continuano per diversi anni, con un gran numero di morti e feriti. I rifugiati palestinesi in Cisgiordania e Gaza si trovano in una situazione economica disastrosa: embargo e violenza hanno distrutto la maggior parte delle infrastrutture e reso centinaia di migliaia di persone dipendenti totalmente dall’assistenza umanitaria. Nella foto, un palestinese corre di fronte ad un carro armato israeliano mentre distrugge case vicino al confine egiziano, nel campo rifugiati di Rafah, nella parte sud della Striscia di Gaza. –  2004 UNRWA foto Khalil Harar

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Nell’Aprile del 2002 un’incursione militare israeliana nel campo Jenin in Cisgiordania distrugge 150 edifici lasciando circa 435 famiglie senza casa. In seguito, il campo è stato ricostruito completamente grazie al più grande progetto di ricostruzione compiuto finora dall’UNRWA.  –  2002 UNRWA foto Mia Grondahl

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Nell’estate del 2002 il Governo israeliano approva la costruzione di una barriera con l’obbiettivo (o la scusa)  di prevenire l’ingresso di kamikaze palestinesi in Israele. La maggior parte del percorso della Barriera, circa l’87%, si srotola però all’interno della Cisgiordania includendo Gerusalemme Est, invece che verso la linea dell’Armistizio del 1949. Il 9 luglio del 2004, la Corte di Giustizia emette un Giudizio Consultivo sulle Conseguenze Legali della Costruzione del Muro nei Territori Palestinese Occupati, stabilendo che la costruzione del Muro e il regime associato, anche nei territori attorno e dentro Gerusalemme Est, sono contrari alla legge internazionale. Nella foto, pastori e le loro capre davanti alla Barriera, vicino al Monte degli Ulivi a Gerusalemme. – senza data UNRWA Archive Photo by J.D. Toreai

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La barriera in Cisgiordania, con i suoi checkpoints, i blocchi stradali e il sistema di permessi necessari all’ingresso, ha creato un regime di chiusura che ha avuto effetti disastrosi su tutti gli aspetti della vita dei rifugiati palestinesi in Cisgiordania; isolando comunità e separando decine di migliaia di persone dai servizi, dalle proprie terre e dai mezzi di sussistenza. Con una popolazione mediamente composta al 27% da rifugiati palestinesi, circa 170 comunità in Cisgiordania risentono direttamente della costruzione della Barriera. Questa immagine mostra rifugiati palestinesi del villaggio di Biddu (vicino Gerusalemme) mentre aspettano all’ingresso della barriera per entrare nei propri campi durante la raccolta delle olive nell’Ottobre 2008.  – 2008 UNRWA foto Isabel de la Cruz

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La maggior parte dei beduini attualmente in Cisgiordania sono rifugiati palestinesi originari dei territori tribali dove si trova ora il deserto del Negev. Molti vivono sotto la soglia di povertà. L’Amministrazione Civile israeliana sta creando un piano per il loro trasferimento forzato dalle aree centrali della Cisgiordania alle città recentemente costruite, come Jabal (vicino a Gerusalemme) e Nweima (vicino a Gerico). La comunità beduina si è espressamente e ripetutamente opposta allo spostamento. Come rifugiati palestinesi, i beduini sperano di poter tornare nella loro terra madre nel Negev. Se questo non fosse possibile, la loro richiesta è di continuare a far parte dei piani temporanei e restare nel luogo dove ormai vivono da tempo. La minaccia cui devono far fronte rispecchia– benché in scala minore – il destino della gran parte dei rifugiati palestinesi che più di 60 anni furono forzatamente esiliati da centinaia di borghi, villaggi e città prima per rifugiarsi in campi sovraffollati. Questa fotografia rappresenta due giovani beduini della comunità di Khan al-Ahmar, vicino Gerusalemme. – 2013 UNRWA foto Alaa Ghosheh

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Nel maggio 2007, scoppiano gli scontri tra le Forze Armate libanesi e il gruppo radicale Fatah Al-Islam, infiltrato nel campo rifugiati di Nahr elBared, nel nord del Libano, che usa come base per sferrare attacchi all’esercito libanese. Il campo viene completamente raso al suolo e i suoi 27.000 abitanti sfollati. – 2007 UNRWA fotografo sconosciuto

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Nonostante la ricostruzione del campo di Nahr el-Bared iniziata nel 2009, il progetto più grande mai realizzato finora da UNRWA, ancora oggi la maggior parte della comunità è indifesa e continua ad essere fortemente dipendente dall’assistenza di UNRWA. Le prime fasi della ricostruzione – per permettere ai rifugiati di tornare nelle proprie case – sono in corso. La foto mostra una coppia in una delle abitazioni temporanee costruite nelle aree adiacenti al campo distrutto, nell’attesa che la ricostruzione sia completata. – 2010 UNRWA foto Isabel de la Cruz

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Nell’Agosto 2005, Israele si ritira unilateralmente dalla Striscia di Gaza. A seguito della vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2006, Israele impone il blocco di terra nel giugno del 2007. Gli anni successivi sono stati caratterizzati da un incremento della tensione e della violenza: incluso il lancio di razzi da Gaza verso Israele, il rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit e attacchi israeliani verso Gaza. Nel Dicembre 2008, Israele lancia un’operazione militare su larga scala nella Striscia di Gaza di 3 settimane, descritta come “l’attacco più devastante” nella storia dell’occupazione dei territori palestinesi. Altri otto giorni di violenza nel Novembre 2011 hanno visto razzi partire dalla Striscia di Gaza verso Israele, che a sua volta ha colpito Gaza ripetutamente. – 2009 foto cortesia di AFP

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La disastrosa situazione di Gaza, causata dal blocco imposto da Israele e dalla distruzione da parte egiziana dei tunnel dentro Gaza, è diventata crisi umanitaria durante i 50 giorni di guerra dell’estate 2014. Al culmine dell’emergenza, più di 290.000 persone sfollate hanno trovato rifugio nei centri di accoglienza temporanea di UNRWA predisposti per l’emergenza. Come risultato delle ostilità, il numero di palestinesi dipendenti da UNRWA per il cibo è cresciuto da 80.000 nel 2000 a più di 800.000 oggi. Circa un milione di bambini ha vissuto sofferenze incredibili, con una stima di 400.000 minori che hanno bisogno di assistenza psicologica. Se potessero avere un’esistenza ”normale” non ne avrebbero certamente bisogno! – 2014 UNRWA foto Shareef Sarhan

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UNRWA stima in più di 110.000 le abitazioni di rifugiati palestinesi rase al suolo durante la guerra dei 50 giorni nell’estate 2014, che ha provocato un livello di distruzione inestimabile e la demolizione in egual numero di infrastrutture pubbliche e attività commerciali e private, peggiorando la già grave situazione economica in cui versava la popolazione prima della guerra. Il collasso economico ha avuto un impatto immediato sulla disoccupazione, portando la percentuale di disoccupati al 50%. Distruzione e sfollamento, insieme a disoccupazione, assenza di libertà di movimento e lentezza della ricostruzione hanno portato il Commissario Generale dell’UNRWA Krähenbϋhl a definire la situazione “una bomba a orologeria”. Ma va? … Chi lo avrebbe mai detto … – 2014 UNRWA foto Shareef Sarhan

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Nel frattempo, ”ciliegina sulla torta”,  è iniziata anche la guerra civile in Siria. Nel Marzo 2011, manifestazioni popolari accendono la scintilla di quello che diverrà il conflitto armato in Siria. Tutti e 12 i campi di rifugiati palestinesi e i 560.000 palestinesi regolarmente registrati nel Paese vengono duramente colpiti. Dall’agosto 2013, più della metà dei rifugiati palestinesi in Siria è sfollata; molti, tra cui anche alcuni membri del personale dell’UNRWA, vengono feriti o perdono la vita. Tutti hanno bisogno di assistenza da parte dell’UNRWA. Questa è una fotografia di Aya (la bimba con il vestito rosso) e della sua famiglia nel soggiorno della loro casa a Jaramana vicino a Damasco. Aya (5 anni) e sua sorella Maram sono state ferite da colpi di mortaio mentre tornavano a casa da scuola nell’Ottobre 2013. Aya è dilaniata dalle ferite fisiche e psicologiche che non solo hanno cambiato la vita della sua famiglia, ma raccontano la storia vulnerabilità estrema di numerose famiglie che come la sua sono colpite dal conflitto in Siria. – 2014 UNRWA foto Carole Alfarah

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Molti rifugiati in Siria e in tutta la regione, tra Libano e Giordania, vivono in rifugi collettivi temporanei da più di due anni. Per molti di loro questo è il secondo o il terzo sfollamento dal 1948. Il Commissario generale dell’UNRWA, Krähenbϋhl, ha detto che “appartengono ad una comunità che è stata destabilizzata storicamente, e che aspetta ancora una soluzione definitiva che ponga fine alla loro sofferenza”. Questa fotografia mostra dei rifugiati palestinesi che innalzano le tende in una struttura dell’UNRWA vicino a Damasco durante la tempesta Huda, che ha allagato tutta la regione nel Gennaio 2015. – 2014 UNRWA foto Taghrid Mohammad

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Il campo rifugiati di Yarmouk, a sud di Damasco, è stato una casa per più di 170.000 rifugiati palestinesi. Dopo che i gruppi armati hanno raggiunto l’area, è iniziato l’assedio dall’esercito siriano. Dall’estate del 2013, 18.000 civili, perlopiù rifugiati palestinesi inclusi 3.500 bambini, sono imprigionati nel quartiere in condizioni disumane, senza cibo, acqua e medicine, tagliati fuori dal mondo. Questa immagine, scattata da UNRWA nel febbraio 2014, mostra un fiume di persone disperate, in fila per le razioni di cibo tra le case distrutte, dopo mesi di privazioni e isolamento. Yarmouk non solo è diventato il simbolo della profonda sofferenza dei rifugiati palestinesi in Siria, ma rappresenta anche i continui sfollamenti dei rifugiati palestinesi che proseguono da più di 60 anni. A seguito dell’infiltrazione a Yarmouk il 1 Aprile 2015 di un gruppo armato conosciuto per la sua brutalità e dell’intensificarsi degli scontri, il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha definito Yarmouk “l’ultimo girone dell’inferno”. – 2014 foto UNRWA

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La cartina che segue è quella che ”sintetizza” al meglio quanto sopra riportato:

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Cosa devono ancora aspettarsi queste creature? Che differenza c’è tra i palestinesi di oggi … ed i pellerossa indiani di allora?

Mah …

Alla prossima

 

Elena

 

http://www.unrwa.org

Fonte: Sole 24 ore

IL PAESE PIU’ FELICE NEL 2015 E’ …

… la Svizzera!

Secondo il  ”World Happiness Report” che, invece del PIL , valuta il FIL  (Felicità Interna Lorda) al primo posto c’è la Svizzera! 

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E questo nonostante abbia”subito” un modernissimo tunnel ferroviario …  (°°)

Seguono poi Islanda e Danimarca. E ancora nella ”top ten” troviamo: Norvegia, Canada, Finlandia, Paesi Bassi, Svezia, Nuova Zelanda e Australia!

Gli Stati Uniti sono al quindicesimo posto.

Le cose vanno molto peggio per Italia, Grecia e Spagna.

Il rapporto afferma che le istituzioni di questi  tre Stati europei sono state troppo deboli ed incapaci nel gestire la crisi finanziaria, e per questo motivo,  il ”tasso di felicità media nazionale” è crollato. Se si confrontano i livelli attuali con quelli pre-crisi, la Grecia è la Nazione che ha visto il calo maggiore, con un peggioramento dell’1,5%,  seguita dall’Italia con lo 0,8% e dalla Spagna con lo 0,7%.

Tra i 158 Stati analizzati dagli esperti dell’UN Sustainable Development Solutions Network, noialtri ci siamo piazzati al 50° posto  mentre la Grecia è  al 102°,  la Spagna al 36° , La Gran Bretagna al 21°,  la Germania al 26°, e la Francia al 29° posto.

Gli otto paesi più infelici si trovano nell’Africa sub-sahariana. La cosa ovviamente non stupisce nessuno, considerate le guerre e le carestie, sarà difficile che siano contenti.  La bandiera nera va al Togo, preceduto di poco dal Burundi, e ancora da Siria, Benin e Ruanda. Costoro, per la cronaca, fan parte di quei poveri disperati che, cercando  un futuro, diventano cibo per squali nel Mediterraneo …

The World Happiness Report misura la Felicità Interna Lorda, ed invita i Paesi dell’Onu ad adottare il proprio indice di felicità come guida per migliorare le politiche interne.

Il benessere dei cittadini,  la nostra ”serenità”, la nostra speranza nel futuro è indice della ”salute di un paese”!

La nostra felicità (FIL) è molto più importante del freddo ed ”inumano” PIL .

Meditiamo gente … meditiamo …

 

Alla prossima

 

Elena

 

 

fonte: http://www.sciencedaily.com/releases/2015/04/150423130327.htm

°° situazione tunnel ferroviario San Gottardo- https://www.alptransit.ch/it/home/