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Vogliono un’altra guerra in Medio Oriente?

Che casino che c’è in Medio Oriente … non si capisce una cippa!
Gli americani sono ‘’pappa e ciccia’’ con l’Arabia Saudita – gente che di democratico non ha proprio niente, in compenso il Donald vede l’Iran, che a confronto degli Arabi è democratico visto che fa elezioni, come il fumo negli occhi.
Mò per colpire l’Iran mettono al bando il Qatar. Iran e Qatar dividono persino i giacimenti di gas nel Golfo Persico … come fanno ad ignorarsi a vicenda?
Eppure all’asse sunnita ‘sta faccenda dà un fastidio enorme. (Sempre perché sono tanto democratici)
Per punire il Qatar di questa sua ‘’amicizia’’ con l’Iran: Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein ed Egitto hanno rotto con Doha, che è completamente isolata ma pare non voler cedere affermando di avere alimenti per un anno, deludendo a brevissimo termine la maggiore arma di pressione dei suoi avversari, che è quella, pacifica,  di vederli morire tutti di fame.

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Posti ”caldi” sotto molti punti di vista … 🙁

Inoltre Doha non cederà tanto facilmente, visto che ha incassato il sostegno dell’Iran come anche anche quello della Turchia, alla quale il Qatar è legato a doppio fil. Tra l’altro il parlamento di Ankara ha accelerato le discussioni per la creazione di una base militare turca in Qatar!
Particolare questo che fa intravedere quanto sia grave la situazione … visto che in Qatar c’è anche la più grande base militare USA che è servita come testa di ponte per gli attacchi aerei in Iraq e Siria, e dispone ovviamente di armamenti da far paura e di circa 11.000 soldati perfettamente addestrati. Brrrr …

L’Agenzia di stampa iraniana Fars ha riportato le notizie sul duplice attentato senza soffermarsi in accuse contro Ryad. Ha però pubblicato un intervento del principe ereditario saudita Mohamed bin Salman, che è anche ”democraticamente per nascita”  ministro della Difesa, abbastanza inquietante: ‘’Non aspetteremo che la battaglia divampi in Arabia Saudita. Piuttosto faremo in modo che la battaglia abbia luogo in Iran’’.
Visto le armi che Trump gli ha appena dato … non è che ci sia da star poi tanto allegri.
Anche perché se hanno intenzione di ‘’battagliare’’ in Iran … cosa faranno Russi e Cinesi?
Quel che ”salta agli occhi” è che comunque Trump è uno che ‘’come si muove’’ fa danni!

Alla prossima

Elena

Siria, 65 morti in raid chimico! Ormai attaccano anche …

… gli ospedali.

Ma la domanda è: ”Chi è ”Stato”?
Naturalmente tutti prendono le distanze da questo attacco vergognoso.

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Assad dice di non esser ”Stato” lui … Putin, si difende dicendo che non ha aerei nella zona …  la ”coalizione Siriana” un gruppo di opposizione, paragona l’attacco chimico come quello avvenuto nell’est Ghouta nel 2013,  un attacco chimico non punito dalla comunità internazionale. (°)

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ma va?

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… detto da lui …

Un consiglio di emergenza, richiesto dalla Francia all’ONU, è stato programmato per domani. Jean-Marc Ayrault il ministro degli esteri francese ha definito l’attacco  vergognoso.
Il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha telefonato in Russia ed in Iran chiedendo di esercitare la loro ”influenza” sul regime siriano aggiungendo che le loro nazioni hanno una grande responsabilità su quanto accaduto.

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Il Primo Ministro inglese, Teresa May,  ha detto di esser scioccata dall’attacco ed è andata ”oltre” , dichiarando che bisogna preparare una ”transizione” al governo di Assad, in quanto NON può esserci un futuro per lui,  in una ”Siria” stabile.

Famiglie intere sono morte durante l’attacco … morte asfissiate con la schiuma alla bocca!

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Ci avviciniamo sempre di più ad una guerra mondiale?

Alla prossima

Elena

 

(°) cosa è successo veramente a Ghouta? Le notizie che abbiamo sono vere o ”manipolate”?

Guerre e conflitti non rispettano nulla!

Sulle rive del Giordano, nel deserto bruciato dal sole, rovinata dagli elementi atmosferici e dalla guerra c’è una piccola, malridotta chiesetta romanica, che aspetta ormai da 50 anni che qualcuno entri e preghi tra le sue mura. Questa chiesetta, nei cui dintorni sono disseminate mine antiuomo, è uno dei posti ritenuti più ”santi” dai cattolici di tutto il mondo. Si ritiene infatti che sulle rive del Giordano, proprio in questa zona, sia stato battezzato  Gesù Cristo il Salvatore!

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Vi sono altre piccole chiese in questa zona, ma sono decadi che nessuno ci mette piede dentro, la zona è infatti disseminata da qualche cosa come 5000 mine anti uomo! Fili spinati e alti reticolati tengono i visitatori lontani, cartelli con su scritto ”pericolo mine” in Arabo, Inglese ed ebraico avvisano del pericolo.

Quando la guerra dei ”sei giorni” (°) finì nel 1967, gli israeliano e i giordani misero mine dappertutto. Perché? Perché qui il fiume Giordano è largo solo pochi metti, quindi è facile da attraversare per un esercito, per cui onde evitare eventuali passaggi di persone ”non gradite” furono messe le mine antiuomo!

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Nonostante i due paesi abbiano firmato un trattato di pace nel lontano 1994 … le mine non furono mai tolte!

Tutto questo sfacelo sta forse per cambiare!  La più grande organizzazione umanitaria di rimozione mine, l’ALO TRUST, ha ricevuto infatti il permesso dai Paesi che vantano diritti sulla zona, per rimuovere finalmente quegli orrori!

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Tutta la zona è sotto il controllo militare ed è tutta recintata quindi non ci sono state vittime, in quanto è impossibile inoltrarsi.

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La riva est del Giordano è chiamata Al-Maghtas, che significa: ”battesimo”, dalla parte opposta del fiume, sulla riva ovest, il territorio è chiamato ”Qasr el-Yahud,” che significa: ”passaggio degli ebrei”. Il vecchio testamento menziona il passaggio del fiume Giordano dagli ebrei .

L’UNESCO, dopo studi approfonditi,  ha riconosciuto queste zone, come sito ufficiale del battesimo del Cristo.

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Un uomo si bagna nel fiume Giordano, lo stesso fiume in cui San Giovanni Battista battezzò Gesù …

Theophilo III,  il patriarca greco ortodosso di Gerusalemme parla con enorme rispetto di questa zona in cui è nata la cristianità, e si auspica che presto turisti e credenti possano tornare a pregare in queste chiese e bagnarsi nel Giordano.

La storia della cristianità inizia sul Monte Sinai con il profeta Mosè e culmina con la nascita del Cristo a Betlemme e la sua crocifissione e resurrezione a Gerusalemme.

Bonifichiamo dalle mine queste zone … restituiamole ai credenti!  La guerra non rispetta nulla e nessuno, quando lo capiremo, forse … sarà ”troppo tardi”!

Alla prossima

Elena

 

(°) La guerra dei sei giorni – un conflitto combattuto tra Israele da una parte ed Egitto, Siria e Giordania dall’altra, all’interno dei conflitti arabo-israelianie vinto da Israele .

LEGIONE STRANIERA … MITO E LEGGENDA

Giorni fa cercando informazioni e musica correlate alla ”legione Straniera” sono ovviamente finita sull’inno ufficiale della Legione e sono rimasta sorpresa nel leggerne il testo.

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Prima di tutto qualche informazione … la Legione Straniera fu creata nel 1831 dal re di Francia Luigi Filippo, per accogliere stranieri che volevano servire la Francia senza dover creare reggimenti per ogni diverse nazionalità. La Legione si è nel tempo consolidata all’interno dell’esercito francese come corpo d’élite per i teatri di guerra e le operazioni più difficili. Nella storia di questo reggimento centinaia di reclute hanno valicato, anche illegalmente, le frontiere fuggendo da persecuzioni, guerre civili, processi … pur di oltrepassare la soglia di Aubagne, dove si trova la ”Maison Mère”  sede del Comando Centrale.

La Legione Straniera ha operato, nei suoi 183 anni di storia, nei teatri di guerra più disparati.  Marocco,  Siria e Libano durante la Prima Guerra Mondiale, in Norvegia nel 1940, in Indocina nel 1945, in tutta l’Africa del Nord negli anni ’50, in Madagascar, Guyana francese e Djibouti negli anni ’60 fino all’Afghanistan, il Ciad, il Libano, la Costa d’Avorio ed il Mali.

Ma il fascino che sempre ha esercitato la Legione Straniera, oltre al képi bianco ed il forte spirito di cameratismo di stampo internazionale, è radicata nel mito su cui si fonda la Legione stessa. Siamo nel 1831, la conquista dell’Algeria da parte della Francia è ai suoi inizi. La Legione viene creata appositamente per fornire sostegno militare alle truppe francesi. La prima Legione si forma a partire da soldati professionisti disoccupati dopo le varie guerre imperiali francesi ma anche da rivoluzionari provenienti da tutta Europa che avevano trovato rifugio in Francia, dissidenti che lasciavano clandestinamente il proprio paese per motivi politici, economici o ”giuridici”.

Per facilitare il reclutamento la Legione Straniera autorizzava le nuove reclute ad arruolarsi su semplice dichiarazione d’identità. Questa disposizione, che all’inizio era stata adottata per semplificare le procedure, permise in realtà alle reclute che fuggivano da guerre, persecuzioni, processi, di nascondere la propria vera identità e cominciare una nuova vita nella legione dietro il motto ”Legio Patria Nostra”  che significa ”La Legione è la nostra Patria” e, dopo 3 anni di servizio,  poter ottenere la naturalizzazione francese. Era proprio questa possibilità, che la Legione offriva a coloro che ne accettavano le regole, a costituire parte del mito su cui si fonda ancora oggi la storia della Legione.

In cambio dell’anonimato e di una nuova identità, la Legione chiedeva sacrificio, dedizione assoluta, una vita lontano da casa e famiglia e una quotidianità fatta di dura disciplina militare. Ad oggi più di 35.000 stranieri sono caduti servendo la “patria” che costituiva in sé la Legione. Tra questi tanti, tantissimi italiani.

Dal 1831 ad oggi si calcola che oltre 60.000 italiani hanno servito nei ranghi della Legione. Dopo i tedeschi, il gruppo di stranieri più numeroso in tutta la storia della Legione sono stati gli italiani (con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, fu addirittura creata una Legione chiamata ”Garibaldina” e composta esclusivamente da repubblicani, mazziniani e sindacalisti).

Ma cosa spingeva gli italiani, agli inizi del ‘900, ad arruolarsi per un esercito di un paese straniero? La prima motivazione era quella del non voler combattere tra le file dell’esercito del proprio paese, considerandone sbagliate le scelte, ma il rifiuto di arruolarsi avrebbe provocato l’arresto e la fucilazione. Altro motivo era quello di ottenere facilmente la nazionalità francese, vitale per coloro che erano in fuga dall’Italia per varie ragioni, comprese quelle politiche. L’altra era la povertà estrema. Zone depresse come il Friuli, l’Emilia Romagna, le Marche già dagli anni ’70 e ’80 dell’Ottocento videro partire migliaia di migranti che approdarono in Francia, spesso con le loro famiglie, per installarsi e cominciare una nuova vita. Con lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, per lottare contro i sentimenti anti-italiani che si manifestavano nella popolazione francese e dimostrare l’attaccamento al loro paese d’adozione, molti italiani scelsero dunque di arruolarsi nella legione.

Torniamo ora all’Inno della legione le cui parole si ”sposano” con la cadenza della marcia dei legionari che è di 88 passi al minuto, mentre tutti i reparti di fanteria dell’esercito francese sfilano con una cadenza di 120 passi al minuto.  Questa camminata ”lenta” obbliga la Legione a sfilare per ultima nelle parate militari.

Ascoltiamo ora l’inno a questo link,  e poi leggiamo le parole qui sotto riportate.

https://www.youtube.com/watch?v=QC6-AhOmnCk 

Tiens, voilà du boudin, voilà du boudin, voilà du boudin
Pour les Alsaciens, les Suisses et les Lorrains,
Pour les Belges, y en a plus, Pour les Belges, y en a plus,
Ce sont des tireurs au cul
Nous sommes des dégourdis,
Nous sommes des lascars
Des types pas ordinaires.
Nous avons souvent notre cafard,
Nous sommes des légionnaires.
Au Tonkin, la Légion immortelle
À Tuyen-Quang illustra notre drapeau,
Héros de Camerone (°) et frères modèles
Dormez en paix dans vos tombeaux.
Nos anciens ont su mourir.
Pour la gloire de la Légion.
Nous saurons bien tous périr
Suivant la tradition.
Au cours de nos campagnes lointaines,
Affrontant la fièvre et le feu,
Oublions avec nos peines,
La mort qui nous oublie si peu.
Tiens, voilà du boudin, voilà du boudin, voilà du boudin
Pour les Alsaciens, les Suisses et les Lorrains,
Pour les Belges, y en a plus, Pour les Belges, y en a plus,
Ce sont des tireurs au cul

.-.-.-.-.-.-

Il titolo del famoso inno della Legione Straniera ”Le Boudin” ,  provoca un po’ di perplessità per i non addetti ai lavori.  Per noi italiani il nome “boudin” richiama il nome di un dolce, detto anche ”budino”, mentre per i francesi, è una specie di ”salsiccia” da far cuocere. In ogni caso, dolce o salsiccia che sia, il nome ”budino” non è certo il nome che uno si immagina per un corpo militare composto esclusivamente da volontari  e in odor di ”eroismo”!  E’ come se l’inno dei nostri ”berretti verdi” si intitolasse ”Amatriciana”!

Boudin  forse è anche il nome, molto probabilmente, dato dai legionari alla ”tenda” che veniva arrotolata a mò di ”salsiccia” e portata sul loro zaino, ma l’inno si riferisce chiaramente ad un qualche cosa di ”mangereccio”. Infatti dice che ce n’è per gli alsaziani, per gli svizzeri e per i loreni … mentre non ce n’è più per i belgi! La cosa mi ha ovviamente incuriosita e sono andata a cercare in giro il motivo di questa ”stranezza”.

Molto probabilmente, l’antipatia nei confronti dei commilitoni belgi risale al 1870, quando il re dei Belgio ordinò ai suoi sudditi di non combattere durante la guerra Franco-Prussiana né da una parte né dall’altra.

Rinfreschiamoci la memoria e vediamo un po’ perché scoppiò la guerra tra Francia e la Prussia … la Germania, così come l’Italia, raggiunse l’unità nella seconda metà dell’Ottocento. All’interno della Confederazione Germanica, costituita nel 1815 dal Congresso di Vienna, c’erano 39 stati sotto la presidenza austriaca. Tra questi si affermò, pian piano, una grande potenza militare,  la Prussia.  Nel 1862 in Prussia divenne cancelliere Otto von Bismarck che non condivideva affatto le idee liberali e democratiche, ma  credeva invece in uno Stato forte ed autoritario.  Bismarck dichiarò guerra all’Austria, che era lo Stato più forte all’interno della Confederazione. I Prussiani sconfissero gli Austriaci e la Germania venne divisa in due Confederazioni : 

– La Confederazione del Nord, presieduta dal re di Prussia; 
– La Confederazione del Sud, collegata al Nord tramite un’alleanza doganale. 

La Francia era preoccupata dei successi militari della Prussia, anche perché quest’ultima era interessata a due regioni francesi che parlavano tedesco, Alsazia e  Lorena.  Napoleone III dichiarò guerra alla Prussia il 9 luglio 1870 ma  a Sedan, il 2 Settembre dello stesso anno,  i Francesi furono sconfitti e lo stesso re Napoleone III venne fatto prigioniero. Il governo francese dovette arrendersi e accettarne le richieste tedesche. 

– cedere alla Germania la Lorena e l’Alsazia
– Pagare una fortissima somma in denaro alla Prussia 
– Accettare sul suo territorio la presenza dei tedeschi 

Era nato il Secondo Reich … il secondo impero tedesco.  Molti Alsaziani e Loreni, non volendo stare sotto i tedeschi, si arruolarono nella Legione straniera, forse è per quello che nella ”legione” li vedono meglio dei belgi, che non hanno alzato un dito per dare ai francesi un aiuto contro i tedeschi di Bismarck!

Alla prossima

Elena

 

P.s.: Questo articolo lo dedico a Learco Calitri, ex Legionario medaglia d’oro al valore militare, recentemente scomparso.

(°) battaglia di Camerone in Messico dove in cui un pugno di legionari tennero testa per 10 giorni a 800 ribelli!

 

PALESTINESI … CHE COSA HANNO FATTO DI MALE PER MERITARSI UNA COSI’ MISERA ESISTENZA ????

Non hanno fatto proprio ”nulla” … il dramma è che la cosiddetta società ”civile”,  nonostante tutte le sovrastrutture che noi ci abbiamo messo attorno, per renderla ”buona e bella”,   alla fin dei fini … sta sempre e solo dalla parte dei ”più forti”.

Vediamo un po’ , a sommi capi, in che cosa consiste il ”calvario dei palestinesi” …

Tra il 1920 e il 1948, l’area della Palestina Storica è governata dal governo britannico come parte del mandato della Società delle Nazioni. Il 29 novembre 1947, la seconda seduta del Consiglio Generale delle Nazioni Unite approva la divisione della Palestina in stati ebraici e stati arabi, con 33 voti a 13, 10 astenuti e un assente. I vertici arabi (dentro e fuori la Palestina) si oppongono alla spartizione, sostenendo che questa violi i diritti della maggioranza dei palestinesi!

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A causa dell’escalation di violenza scaturita a seguito del piano di spartizione e alla fine del mandato britannico in Palestina, oltre 700,000 palestinesi lasciano le proprie terre che,  dal 15 maggio 1948,  appartengono, grazie alla decisione dell’ONU, ad Israele. Questa migrazione forzata è nota come Nakba, che, in lingua araba significa  ”catastrofe” !  Nella foto, un convoglio di camion trasporta i rifugiati palestinesi e i loro averi da Gaza a Hebron, in Cisgiordania. – 1949 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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I palestinesi cominciano a lasciare le loro terre già alla fine del 1947, ma la più grande migrazione si ha tra l’ aprile e l’ agosto del 1948. A partire dall’autunno 1948, prende forma una catastrofe umanitaria di immense proporzioni, con oltre 700,000 persone in fuga.  – 1948 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Le vite dei rifugiati palestinesi sono sconvolte, alle prese con malattie, sovraffollamento, mancanza di cibo e acqua  vivendo in posti sconosciuti. Molti posseggono ormai solo le cose che possono trasportare.  Hanno perso la loro casa, la loro terra, la loro famiglia … Hanno perso una vita intera.  – 1948 Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Una donna palestinese, siede con i suoi bambini, davanti a quella che era la sua casa, e dove non potrà mai più entrare.  I palestinesi sono estromessi dalle loro case, econdo quanto stabilito dalla linea di armistizio del 1949 (la cosiddetta Linea Verde), dopo il conflitto arabo-israeliano del 1948. – senza data. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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UNRWA, l’Agenzia creata dall’Assemblea Generale nel novembre 1949 per portare sviluppo e assistenza di emergenza alle comunità, comincia le operazioni sul campo in Medio-Oriente nel 1950. Questa foto ritrae alcuni giovani rifugiati palestinesi su un trattore vicino ad una scuola dell’UNRWA. – senza data. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Il 5 giugno del 1967, scoppiano le ostilità tra Israele e gli stati Arabi confinanti. Circa 400,000 palestinesi fuggono verso la Giordania dalla Cisgiordania e Gaza attraversando il ponte di Allenby, distrutto nel corso dei combattimenti. A piedi, i rifugiati trasportano sulle spalle i malati, gli anziani e i pochi averi rimasti. – 1967. Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Molti degli sfollati durante il conflitto arabo-israeliano del 1967 erano già registrati come rifugiati, e per questo rifugiati una seconda volta. Circa 150.000 rifugiati registrati scappano dalla Cisgiordania verso la Giordania. Altri 38.500 lasciano Gaza per la Giordania. Circa 16,000 rifugiati registrati dalle alture del Golan in Siria si rifugiano principalmente a Damasco e Dera’a, nel sud. Per gestire il flusso di nuovi migranti, vengono creati 9 campi, sei di questi in Giordania. 48 anni dopo, l’occupazione israeliana nei territori palestinesi continua. In questa foto una ragazza si trova sul ponte Allenby, a 8 km da Gerico e 43 da Gerusalemme.  – 1967. Archivi UNRWA, George Nemeh.

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Per tutta la durata del violento periodo che va dal 1974 al 1990, compresa l’invasione israeliana del 1982, i campi palestinesi in Libano sono terreno di pesanti battaglie e tragedie. Dei 16 campi sul territorio libanese, ne rimangono solo 12 nel 1990. La foto mostra una donna con il figlio mentre fanno ritorno al campo di Burj al-Barajneh, dopo aver appreso che un parente stretto è stato ucciso. – 1986 Archivi UNRWA foto di H. Haidar.

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Il massacro di diverse centinaia di palestinesi e altri civili nel campo di Sabra e Shatila, a sud di Beirut, tra il 16 e il 18 settembre 1982, mostra in maniera drammatica la vulnerabilità dei rifugiati palestinesi.  – 1982Archivi UNRWA, fotografo sconosciuto.

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Nel dicembre 1987, scoppiano gli scontri tra le forze di sicurezza israeliane e i palestinesi nel campo di Jabalia, che si estendono alla Striscia di Gaza e alla Cisgiordania. I violenti scontri tra le truppe israeliane e i palestinesi non si fermano e, alla fine del mese, si contano più di 20 palestinesi uccisi e molti altri feriti. È l’inizio dell’Intifada, la sollevazione, durante la quale oltre 1300 tra israeliani e palestinesi perdono la vita. In questa foto vediamo una scena di vita quotidiana, nella Striscia di Gaza, durante la prima Intifada.  – 1988 Archivi UNRWA foto di George Nemeh.

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La speranza per le generazioni future arriva nel 1993 quando il Governo di Israele e l’OLP firmano gli Accordi di Pace di Oslo, accordandosi su un processo di pace che lascerebbe alla Palestina il diritto all’autogoverno. Questa foto mostra un gruppo di palestinesi nel campo di Bureji a Gaza, mentre guardano la storica firma degli Accordi del Cairo il 4 maggio del 1994, un seguito degli accordi di Oslo,  in cui vengono inclusi i dettagli dell’autonomia palestinese. – Archivi UNRWA foto di Munir Nasr.

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Nel 2000 un’ondata di proteste e violenze porta a quella che poi è stata conosciuta come la Seconda Intifada nei territori palestinesi occupati. Le violenze continuano per diversi anni, con un gran numero di morti e feriti. I rifugiati palestinesi in Cisgiordania e Gaza si trovano in una situazione economica disastrosa: embargo e violenza hanno distrutto la maggior parte delle infrastrutture e reso centinaia di migliaia di persone dipendenti totalmente dall’assistenza umanitaria. Nella foto, un palestinese corre di fronte ad un carro armato israeliano mentre distrugge case vicino al confine egiziano, nel campo rifugiati di Rafah, nella parte sud della Striscia di Gaza. –  2004 UNRWA foto Khalil Harar

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Nell’Aprile del 2002 un’incursione militare israeliana nel campo Jenin in Cisgiordania distrugge 150 edifici lasciando circa 435 famiglie senza casa. In seguito, il campo è stato ricostruito completamente grazie al più grande progetto di ricostruzione compiuto finora dall’UNRWA.  –  2002 UNRWA foto Mia Grondahl

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Nell’estate del 2002 il Governo israeliano approva la costruzione di una barriera con l’obbiettivo (o la scusa)  di prevenire l’ingresso di kamikaze palestinesi in Israele. La maggior parte del percorso della Barriera, circa l’87%, si srotola però all’interno della Cisgiordania includendo Gerusalemme Est, invece che verso la linea dell’Armistizio del 1949. Il 9 luglio del 2004, la Corte di Giustizia emette un Giudizio Consultivo sulle Conseguenze Legali della Costruzione del Muro nei Territori Palestinese Occupati, stabilendo che la costruzione del Muro e il regime associato, anche nei territori attorno e dentro Gerusalemme Est, sono contrari alla legge internazionale. Nella foto, pastori e le loro capre davanti alla Barriera, vicino al Monte degli Ulivi a Gerusalemme. – senza data UNRWA Archive Photo by J.D. Toreai

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La barriera in Cisgiordania, con i suoi checkpoints, i blocchi stradali e il sistema di permessi necessari all’ingresso, ha creato un regime di chiusura che ha avuto effetti disastrosi su tutti gli aspetti della vita dei rifugiati palestinesi in Cisgiordania; isolando comunità e separando decine di migliaia di persone dai servizi, dalle proprie terre e dai mezzi di sussistenza. Con una popolazione mediamente composta al 27% da rifugiati palestinesi, circa 170 comunità in Cisgiordania risentono direttamente della costruzione della Barriera. Questa immagine mostra rifugiati palestinesi del villaggio di Biddu (vicino Gerusalemme) mentre aspettano all’ingresso della barriera per entrare nei propri campi durante la raccolta delle olive nell’Ottobre 2008.  – 2008 UNRWA foto Isabel de la Cruz

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La maggior parte dei beduini attualmente in Cisgiordania sono rifugiati palestinesi originari dei territori tribali dove si trova ora il deserto del Negev. Molti vivono sotto la soglia di povertà. L’Amministrazione Civile israeliana sta creando un piano per il loro trasferimento forzato dalle aree centrali della Cisgiordania alle città recentemente costruite, come Jabal (vicino a Gerusalemme) e Nweima (vicino a Gerico). La comunità beduina si è espressamente e ripetutamente opposta allo spostamento. Come rifugiati palestinesi, i beduini sperano di poter tornare nella loro terra madre nel Negev. Se questo non fosse possibile, la loro richiesta è di continuare a far parte dei piani temporanei e restare nel luogo dove ormai vivono da tempo. La minaccia cui devono far fronte rispecchia– benché in scala minore – il destino della gran parte dei rifugiati palestinesi che più di 60 anni furono forzatamente esiliati da centinaia di borghi, villaggi e città prima per rifugiarsi in campi sovraffollati. Questa fotografia rappresenta due giovani beduini della comunità di Khan al-Ahmar, vicino Gerusalemme. – 2013 UNRWA foto Alaa Ghosheh

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Nel maggio 2007, scoppiano gli scontri tra le Forze Armate libanesi e il gruppo radicale Fatah Al-Islam, infiltrato nel campo rifugiati di Nahr elBared, nel nord del Libano, che usa come base per sferrare attacchi all’esercito libanese. Il campo viene completamente raso al suolo e i suoi 27.000 abitanti sfollati. – 2007 UNRWA fotografo sconosciuto

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Nonostante la ricostruzione del campo di Nahr el-Bared iniziata nel 2009, il progetto più grande mai realizzato finora da UNRWA, ancora oggi la maggior parte della comunità è indifesa e continua ad essere fortemente dipendente dall’assistenza di UNRWA. Le prime fasi della ricostruzione – per permettere ai rifugiati di tornare nelle proprie case – sono in corso. La foto mostra una coppia in una delle abitazioni temporanee costruite nelle aree adiacenti al campo distrutto, nell’attesa che la ricostruzione sia completata. – 2010 UNRWA foto Isabel de la Cruz

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Nell’Agosto 2005, Israele si ritira unilateralmente dalla Striscia di Gaza. A seguito della vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2006, Israele impone il blocco di terra nel giugno del 2007. Gli anni successivi sono stati caratterizzati da un incremento della tensione e della violenza: incluso il lancio di razzi da Gaza verso Israele, il rapimento del caporale israeliano Gilad Shalit e attacchi israeliani verso Gaza. Nel Dicembre 2008, Israele lancia un’operazione militare su larga scala nella Striscia di Gaza di 3 settimane, descritta come “l’attacco più devastante” nella storia dell’occupazione dei territori palestinesi. Altri otto giorni di violenza nel Novembre 2011 hanno visto razzi partire dalla Striscia di Gaza verso Israele, che a sua volta ha colpito Gaza ripetutamente. – 2009 foto cortesia di AFP

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La disastrosa situazione di Gaza, causata dal blocco imposto da Israele e dalla distruzione da parte egiziana dei tunnel dentro Gaza, è diventata crisi umanitaria durante i 50 giorni di guerra dell’estate 2014. Al culmine dell’emergenza, più di 290.000 persone sfollate hanno trovato rifugio nei centri di accoglienza temporanea di UNRWA predisposti per l’emergenza. Come risultato delle ostilità, il numero di palestinesi dipendenti da UNRWA per il cibo è cresciuto da 80.000 nel 2000 a più di 800.000 oggi. Circa un milione di bambini ha vissuto sofferenze incredibili, con una stima di 400.000 minori che hanno bisogno di assistenza psicologica. Se potessero avere un’esistenza ”normale” non ne avrebbero certamente bisogno! – 2014 UNRWA foto Shareef Sarhan

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UNRWA stima in più di 110.000 le abitazioni di rifugiati palestinesi rase al suolo durante la guerra dei 50 giorni nell’estate 2014, che ha provocato un livello di distruzione inestimabile e la demolizione in egual numero di infrastrutture pubbliche e attività commerciali e private, peggiorando la già grave situazione economica in cui versava la popolazione prima della guerra. Il collasso economico ha avuto un impatto immediato sulla disoccupazione, portando la percentuale di disoccupati al 50%. Distruzione e sfollamento, insieme a disoccupazione, assenza di libertà di movimento e lentezza della ricostruzione hanno portato il Commissario Generale dell’UNRWA Krähenbϋhl a definire la situazione “una bomba a orologeria”. Ma va? … Chi lo avrebbe mai detto … – 2014 UNRWA foto Shareef Sarhan

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Nel frattempo, ”ciliegina sulla torta”,  è iniziata anche la guerra civile in Siria. Nel Marzo 2011, manifestazioni popolari accendono la scintilla di quello che diverrà il conflitto armato in Siria. Tutti e 12 i campi di rifugiati palestinesi e i 560.000 palestinesi regolarmente registrati nel Paese vengono duramente colpiti. Dall’agosto 2013, più della metà dei rifugiati palestinesi in Siria è sfollata; molti, tra cui anche alcuni membri del personale dell’UNRWA, vengono feriti o perdono la vita. Tutti hanno bisogno di assistenza da parte dell’UNRWA. Questa è una fotografia di Aya (la bimba con il vestito rosso) e della sua famiglia nel soggiorno della loro casa a Jaramana vicino a Damasco. Aya (5 anni) e sua sorella Maram sono state ferite da colpi di mortaio mentre tornavano a casa da scuola nell’Ottobre 2013. Aya è dilaniata dalle ferite fisiche e psicologiche che non solo hanno cambiato la vita della sua famiglia, ma raccontano la storia vulnerabilità estrema di numerose famiglie che come la sua sono colpite dal conflitto in Siria. – 2014 UNRWA foto Carole Alfarah

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Molti rifugiati in Siria e in tutta la regione, tra Libano e Giordania, vivono in rifugi collettivi temporanei da più di due anni. Per molti di loro questo è il secondo o il terzo sfollamento dal 1948. Il Commissario generale dell’UNRWA, Krähenbϋhl, ha detto che “appartengono ad una comunità che è stata destabilizzata storicamente, e che aspetta ancora una soluzione definitiva che ponga fine alla loro sofferenza”. Questa fotografia mostra dei rifugiati palestinesi che innalzano le tende in una struttura dell’UNRWA vicino a Damasco durante la tempesta Huda, che ha allagato tutta la regione nel Gennaio 2015. – 2014 UNRWA foto Taghrid Mohammad

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Il campo rifugiati di Yarmouk, a sud di Damasco, è stato una casa per più di 170.000 rifugiati palestinesi. Dopo che i gruppi armati hanno raggiunto l’area, è iniziato l’assedio dall’esercito siriano. Dall’estate del 2013, 18.000 civili, perlopiù rifugiati palestinesi inclusi 3.500 bambini, sono imprigionati nel quartiere in condizioni disumane, senza cibo, acqua e medicine, tagliati fuori dal mondo. Questa immagine, scattata da UNRWA nel febbraio 2014, mostra un fiume di persone disperate, in fila per le razioni di cibo tra le case distrutte, dopo mesi di privazioni e isolamento. Yarmouk non solo è diventato il simbolo della profonda sofferenza dei rifugiati palestinesi in Siria, ma rappresenta anche i continui sfollamenti dei rifugiati palestinesi che proseguono da più di 60 anni. A seguito dell’infiltrazione a Yarmouk il 1 Aprile 2015 di un gruppo armato conosciuto per la sua brutalità e dell’intensificarsi degli scontri, il Segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon ha definito Yarmouk “l’ultimo girone dell’inferno”. – 2014 foto UNRWA

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La cartina che segue è quella che ”sintetizza” al meglio quanto sopra riportato:

Israele-Palestina

Cosa devono ancora aspettarsi queste creature? Che differenza c’è tra i palestinesi di oggi … ed i pellerossa indiani di allora?

Mah …

Alla prossima

 

Elena

 

http://www.unrwa.org

Fonte: Sole 24 ore

DIALOGARE CON L’ISIS ?

Chi sono costoro … e che cosa vuole Abu Bakr al-Baghdadi? La guida di questo gruppo armato che terrorizza il mondo?

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Abu Bakr al-Baghdadi 

ISIS = Stato Islamico dell’Iraq e della Siria – un califfato islamico nei territori controllati tra Siria e Iraq, il loro leader Abu Bakr al-Baghdadi, “il califfo dei musulmani”.

Il Califfato si estende da Aleppo, nel nord della Siria, alla regione di Diyala, nell’est dell’Iraq, e occupa un territorio di circa 35mila chilometri quadrati e oltre 6 milioni di persone vivono sotto il suo controllo.

In un audio diffuso su internet dai jihadisti ,  il portavoce al-Adnani invita tutti i musulmani a respingere la democrazia, la laicità, il nazionalismo e le altre lordure dell’Occidente: “Tornate alla vostra religione”.

Più di 80mila combattenti hanno aderito alla causa o sono stati costretti a diventare parte dello Stato Islamico. Sono cifre impressionanti …

Le giovani reclute dello Stato Islamico erano ragazzi in cerca di lavoro,  molti parlano inglese, francese, tedesco, spagnolo … sono partiti infatti da città come Londra, Bruxelles, Parigi,  Berlino, dalla Spagna,  posseggono passaporti europei e sono attratti dalla propaganda Jjadista che su Internet fa proseliti a tutto spiano. In Siria e in Iraq circa 3mila europei combattono per lo Stato Islamico!

Cosa rappresenta la bandiera dello Stato Islamico? Una bandiera nera, un simbolo con una scritta bianca. Tra l’altro la si può comprare su e-Bay per circa 20 dollari. Tra le iscrizioni non ci sono messaggi di odio. Campeggia la frase:  There is no god but God, Muhammad is the messenger of God ! 

 

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Lo Stato Islamico NON riconosce la comunità internazionale, non ha bisogno di costruire uno Stato per legittimarsi nella comunità internazionale, tanto meno la sua emanazione mediorientale, che è esattamente ciò contro cui si batte. Non è Hamas, è Al Qaeda … una specie di Al Qaeda II , trasformata in Stato Islamico. In questo modo riscopre una nuova identità e la capacità di combattimento sul terreno, che ha avuto in Afghanistan e che non ha avuto in Iraq negli anni peggiori della guerra – 2006/2008. Con la differenza, però, che sia in Afghanistan sia in Iraq Al Qaeda era ospite di qualcun altro, oggi sono autonomi!

L’organizzazione territoriale serve a manifestare la plausibilità del progetto del califfato, serve a rievocare quello che diceva Al Zarqawi: Damasco e Baghdad sono le due capitali storiche dei grandi califfati arabi.

Il Califfato adotta la legge della Sharia, cioè la religione controlla totalmente la vita dei cittadini … e autorizza a frustare … lapidare … mutilare … sgozzare … bruciare vive le persone.

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Il pilota giordano bruciato vivo … 

Il cosiddetto stato Islamico guadagna circa 3 milioni di dollari al giorno grazie al petrolio, guadagna anche grazie al riciclaggio di denaro, alla vendita di tesori archeologici … e non dimentichiamo tutti i denari requisiti nella banche man mano che occupavano i territori. Senza parlare poi del ”foraggiamento” che probabilmente riceve dalle ”elite sunnite” del Golfo.

Insomma le rivoluzioni arabe avevano messo da parte Al Qaeda,  ma lo stesso fallimento delle rivoluzioni arabe l’ha riportata in auge, in una versione più moderna e più feroce, che comunica con noi anche a mezzo Internet.

Teniamo ben presente che Il terrorismo arabo e mediorientale non sono la stessa cosa.

l’ISIS non è  un movimento di liberazione nazionale, è semplicemente composto da fanatici e feroci assassini.

Non c’è assolutamente possibilità di dialogare con persone che vivono nell’arretratezza medioevale! Costoro sono fermi all’Inquisizione …

 

Alla prossima

 

Elena

 

 

TERRORISTI DELL’ ISIS – CHI SONO? CHI LI FINANZIA? COSA VOGLIONO?

Abu-Bakr-al-Baghdadi-Al-Qaeda-Iraq-ISIS-400x330Abu Bakr al Baghdadi

 Eccolo qui il leader dell’ISIS, Abu Bakr al Baghdadi, un tizio che ha trasformato poche cellule terroristiche, al limite dell’estinzione, nel più pericoloso gruppo di fanatici del mondo.  L’obiettivo dell’ISIS è di creare un ”califfato” o una sorta di stato islamico nelle aree sunnite di Iraq e Siria, utilizzando, come forma di governo la Sharia.

Dato che hanno anche conquistato Mosul, la seconda città dell’Iraq,  l’obiettivo non appare poi così utopico. L’ISIS oggi controlla territori in cui il potere dei precedenti governi è ormai praticamente ”evaporato”.

Ma da dove arrivano  costoro?

Quando gli americani se ne sono andati dall’Iraq … gli ufficiali iracheni iniziarono già allora a  parlare di una ”terza generazione di Al Quaeda in Iraq. La nuova Al Qaeda è praticamente rinata nel 2006 come ISI (Islamic State in Iraq) l’aggiunta della ”S” finale (ISIS) è avvenuta in seguito e si riferisce al territorio Siriano. Visto infatti il casino che c’è in Siria loro ne hanno subito approfittato. L’ISIS recluta, a differenza di Al Qaeda,  anche ”Sunniti” (moderati rispetto agli sciiti) che si sentono messi in posizione di minoranza dal Primo Ministro Iracheno Nuri al-Maliki (Sciita) un dissidente della Shia, che ha agito a suo tempo contro Saddam Hussein e che oggi è Primo Ministro.

Ricordiamoci che, dopo la deposizione di Saddam, ci furono le elezioni e vinsero gli Sciti, quindi oggi gli sciiti sono al governo in Iraq, e ovviamente alla più colta e laica minoranza sunnita la cosa non va affatto bene.

Chi è il capo dei terroristi dell’ISIS?

Abu Bakr al Baghdadi!  Costui è arrivato al potere all’età di 39 anni dopo che Abu Omar al Baghdadi  fu ucciso in una operazione congiunta tra Iraq e USA. (Sono tutti parenti …) Non si sa un gran che di questo personaggio tranne il fatto che possieda un PHD (Dottorato di ricerca) in studi islamici! Sigh (Adesso sfatiamo una leggenda. Possedere un dottorato in studi islamici significa sapere a memoria tutte le sunne del Corano. Grande memoria ma intelligenza proprio pochina.) Costui ha formato il suo gruppo militare nelle aree di Samarra e Diyala, dove la sua famiglia ha origine, prima di confluire in Al Qaeda in Iraq. E’ stato quattro anni in un campo di prigionia americano a Bucca, dove ha sviluppato una buona rete di contatti e perfezionato la sua ideologia. Nel 2009 fu rilasciato e iniziò a lavorare per creare l’ISIS!

Cosa vuole l’ISIS?

Vuole creare un califfato, o uno stato tra Iraq e Siria e imporre la legge della Sharia. Sharia è quel sistema orribile che vige negli emirati arabi. Dove ragazzi e ragazze devono essere separati.  Le donne devono indossare il Niqab o il velo intero in pubblico. Non possono né guidare né accedere a studi superiori … dove la giustizia è applicata in modo brutale e la musica è bandita. Le regole sono ancora più dure durante il ramadan. Insomma la Sharia copre tutti gli aspetti della vita, religiosi e civili ed è un sistema medioevale!

Eppure … pensiamoci un attimo, i più ricchi de mondo, i califfi dell’Arabia Saudita applicano proprio questo sistema: la Sharia. Nel senso che costoro tagliano le mani ai ladri nelle piazze … lapidano le donne … le donne non possono guidare … devono indossare il velo … non possono studiare … insomma costoro hanno denaro a palate, ma non si sono evoluti per niente. Fanno il bello ed il brutto tempo nei loro paesi e posseggono il petrolio. I loro denari sono investiti in tutte le attività che ”rendono” e sono ovviamente distribuiti in giro per tutto il mondo.

Anche solo l’idea di ”democrazia” e ”diritti” a costoro fa venir la ”pelle d’oca”. Stanno benissimo così com’è. E più c’è casino meglio è … magari a loro l’ ISIS va anche bene … E noi ci lamentiamo delle ingerenze del Vaticano!  ah ah ah ah … questi lapidano le donne in piazza!

 

Dove prende i soldi l’ISIS?

Estorsione …  come domandare denaro ai camionisti minacciandoli di perdere il lavoro … derubando banche ed oreficerie. Questo denaro anche se non moltissimo assicura un fiume ininterrotto di attacchi suicidi ed assassini che avvelenano l’atmosfera politica. Attaccano le prigioni e liberano centinaia di prigionieri che si arruoleranno tra le loro fila. Utilizzano il denaro che trovano nelle banche delle città conquistate  le armi della polizia locale.                            Queste sono le fonti ufficiali … ma mi sa che c’è qualche altro ”potente” che li finanzia. Un potente che ha denaro ma che vive come nel Medio Evo!                   Quali sono i potenti sunniti al mondo oggi? Facciamoci una domanda … diamoci una risposta!

Come mai l’ISIS continua a crescere?

Pare che ‘sto Al Baghdadi eviti gli errori fatti da al-Zarqawi’s (il precedente capo di Al Qaeda) evitando la divisione tra le potenti tribù. Quando ad esempio catturò Falluja, ad ovest di Baghdad, lavorò di comune accordo con le locali tribù e non si sognò neppure per un attimo di mettere la SUA bandiera nera sulla città conquistata. L’ISIS cerca di catturare e di coinvolgere il risentimento di quei Sunniti a cui è stato tolto il potere. Sia in Siria che in Iraq cerca di vincere il favore della gente attraverso opere benefiche come creare attività di ricreazione per i bambini … (quando non li arruola direttamente come soldati) … distribuisce cibo e petrolio e organizza ospedali. Quello che chiede in cambio è il rispetto ed il rafforzamento della Sharia.

Per l’ISIS Siria ed Iraq sono campi di battaglia intercambiabili. L’esplosione della violenza in Siria è stata un regalo per loro. Il presidente siriano Bashar al-Assad ha perso il controllo su larga parte del Nord e lungo i confini con l’Iraq … lasciando a costoro ampi spazi di manovra.

Insomma quello che è strano è che i ”moderati Sunniti” oggi fanno parte dell’ISIS e combattono contro gli Sciiti che sono al governo in Iraq. I sunniti che non volevano al tempo di Saddam la ”Sharia” oggi la chiedono a gran voce … mah … capirci qualche cosa è difficile.

Mi chiedo … ma a ”chi” giova tutto sto casino? Chi ha paura della democrazia? Chi ha paura delle ”primavere arabe”? Chi ha paura di paesi che cercano di diventar ”moderni”? Dove ”democrazia” e ”diritti” per tutti siano parole con un peso effettivo?

Eppure questi paesi martoriati possiedono il petrolio … dovrebbero esser la culla del futuro, considerando che possiedono i denari per migliorarlo ‘sto futuro …invece …

Meditiamo gente … meditiamo …

Alla prossima

Elena