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Arturo Brachetti … SOLO

Domenica scorsa al Teatro Forum di Frejus abbiamo assistito allo spettacolo di Arturo Brachetti: ‘’Solo’’.

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Dopo alcuni anni di spettacoli fatti in collaborazione con altri attori, in ”Solo” è, come dice la parola stessa, al 90% solo sul palcoscenico, tranne quando è accompagnato da un altro attore che ne impersona l’ ombra.
Durante lo spettacolo interpreta circa una cinquantina di personaggi diversi cambiandosi con una velocità impressionante.
Interpreta ‘’campanellino’’  … Peter Pan … Capitan Uncino … Biancaneve … il lupo … Cappuccetto Rosso e molti altri, compresa una famiglia il giorno delle nozze!
Gioca poi con le ‘’ombre cinesi’’ in maniera originale e,  con uno strano cappello bucato, che utilizza magistralmente per trasformarsi in centinaia di personaggi famosi e diversissimi tra loro, incanta tutti quanti.
Mi sono piaciuti molto i disegni fatti con la sabbia ed ho trovato particolarmente interessante anche quella sorta di danza fatta da lui, la sua ombra e le luci laser.
Insomma uno spettacolo a tutto tondo, che non ha mai annoiato nessuno e con una velocità che, per esser un uomo solo sul palcoscenico, era davvero notevole.
Direi che valga proprio la pena di vederlo.
E poi … come faccio a dire qualche cosa ‘’contro’’ un attore che è nato nella mia città e che ha solo due anni meno di me?

Alla prossima

Elena

 

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Arturo Brachetti è nato a Torino nel 1957.
E’ conosciuto per essere un attore transformista.
Ha iniziato la sua carriera nel teatro del seminario che frequentava da ragazzo.
Partì da Torino con una valigia, sei costumi ed uno spettacolo con un solo numero, iniziò esibendosi in Francia al cabaret ”Paradis Latin” nel 1978, sotto la direzione di Jean Marie Riviere.
Ottenne in seguito un buon successo anche in Germania e in Inghilterra, dove si esibì per la famiglia reale al Covent Garden.
Oggi è regista di spettacoli,  attore trasformista, capace di cambiare in uno spettacolo qualche cosa come 80 costumi, un mago ed un artista di ombre cinesi.
Dal 2006 è nel Guinness dei primati come trasformista più veloce del mondo.

La crisi … e le nuove professioni …

Stiamo davvero uscendo dalla ”crisi? Speriamo sia vero …

Dal 2008 al 2017, e speriamo che i timidi segnali di uscita siano veri, c’è stata la più grande crisi economica dal dopoguerra. Ne abbiamo risentito tutti indistintamente,  avendo perso una fetta enorme della nostra economia. Come al solito ci siamo trovati impreparati per ‘’riciclarci’’ velocemente in altri ambiti. Faccio l’esempio della mia Città, Torino. Torino era una città ”etichettata” in tutta Italia e anche forse anche nel mondo come una città’’industriale’’. A Torino vi era la sede della Fiat ed aveva stabilimenti di produzione sul territorio. Questo ovviamente faceva si che attorno ad essa, ruotasse un ‘’indotto’’ notevole. Dalle piccole aziende fornitrici all’intera economia della città. Un sostenuto numero di classe dirigenziale sul territorio garantiva una certa ricchezza.
Spieghiamo … non solo una grossa fetta di operai aveva un lavoro sicuro, ma costoro consumavano ovviamente, andavano al cinema, in pizzeria, acquistavano libri per i figli, e si potevano permettere anche l’acquisto di un nuovo appartamento. C’era poi anche la ‘’marcia superiore’’, non solo gli operai potevano permettersi qualche lusso, ma tutta la classe dirigente impiegata in  Fiat ovviamente consumava e lo faceva ad un livello ‘’più alto’’. Quindi anche un mercato immobiliare di alto livello era incluso nell’economia della città.
Insomma di colpo Torino si è trovata a doversi ‘’riciclare’’ da città prettamente ‘’industriale’’, ruotante attorno ad un’azienda che le garantiva un certo ”tenore di vita”,  ad città che attrae turismo e cultura. Non dovremmo perdere queste iniziative, ma spingerle all’ennesima potenza. Dobbiamo ‘’alzare la testa’’ e non fare passi indietro da incoscienti. Anche se ci sono dei ‘’debiti’’ bisogna aver fiducia e continuare a crederci in un futuro diverso. Rintanarsi sperando di sopravvivere abbassando il ‘’metabolismo’’ serve a poco … giusto le ”trote” lo possono fare.

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Quanto vale per la mia città vale un pò per tutto il paese, il tessuto industriale è scomparso e/o delocalizzato dove la manodopera costa meno, le tasse sono minori e la burocrazia è più efficiente. Il succo del discorso è che il mondo cambia alla velocità della luce e noialtri non riusciamo a stargli al passo.
Prendiamo per esempio il mondo del lavoro che è stato stravolto completamente e addirittura molte professione sono sparite. Tutti quei profili che non hanno una specializzazione non sono più appetibili per il mondo odierno. Operai non specializzati, impiegati generici, senza una preparazione specifica, commessi che non conoscono lingue straniere sono tutti profili che non vengono più presi in considerazione. In compenso altre categorie sono ricercatissime ma sono difficili da trovare, ecco alcuni esempi: Data scientist, blockchain expert, chief digital expert. ?????
Scommetto che nessuno di noi sa nemmeno di cosa si stia parlando. Ho trovato questi ‘’lavori’’ su un giornale e li ho ricopiati ma non ho idea di cosa siano. Eppure questi strani specialisti sono alcuni dei ruoli ricercati da società di risorse umane come la ‘’Easy Hunters’’ e la ‘’Hunters Group’’ .
Sempre secondo il sole24ore, che è ovviamente più informato della sottoscritta, la più “vecchia” delle professioni sopra citate è il data scientist, un analista specializzato nell’estrarre informazioni dai dati online. Il blockchain expert è un professionista di formazione tecnico-scientifica che si occupa di scrivere protocolli per lo scambio di criptovalute, sfruttando la tecnologia (blockchain) che fa da registro contabile per le transazioni. Il chief digital officer si occupa del processo di ‘’trasformazione digitale’’ delle aziende, ovvero il coordinamento delle attività per il rinnovamento tecnologico dell’impresa. La lista potrebbe continuare con il data protection officer (responsabile della protezione dati, introdotto dal regolamento generale 679/2016) e il chief internet of things officer (un manager che si occupa dell’utilizzo dell’internet of things in azienda), fino a ruoli già consolidati come analisti del business digitale, hardware engineer ed esperti di cybersecurity. Questi ultimi sono ricercatissimi considerati i guai che una protezione non a 360° potrebbe causare all’intero sistema digitale di un’azienda.
Quindi sul fronte delle qualifiche per trovare lavoro, la formazione privilegiata è di natura tecnico-scientifica, ma non è detto che le professionalità innovative siano vincolate a una laurea in ingegneria, matematica o statistica. Anzi: sul mercato degli Stati Uniti ad esempio viene considerato come un benchmark globale, i giganti del Web manifestano interesse per i laureati in discipline umanistiche, apprezzati per una duttilità di pensiero che si adatta alle frontiere del Web. Insomma una buona preparazione ‘’umanistica’’ accompagna le conoscenze ‘’tecniche’’ specializzate. D’altronde anche noi in passato si diceva che un buon ‘’medico’’ doveva aver fatto ‘’prima’’ il classico per poter avere una capacità interpretativa e di diagnosi maggiore.
Ma alla fin dei fini, non disperiamo, i nostri giovani sapranno trovare gli studi giusti per poter trovare, in futuro, un lavoro.
Il mondo non è semplice e non si può tornare indietro nemmeno per prendere la rincorsa … speriamo in bene.

Alla prossima

Elena

Italia – come siamo arrivati alla Repubblica Italiana …

Ogni tanto mi sveglio e penso … oggi pensavo alla nostra Repubblica e mi è venuto in mente che prima di parlare della nascita della repubblica italiana sia necessario fare molti passi indietro e cercare di capire cosa sia successo in quel pezzo di terra a forma di stivale nel Mediterraneo che è stato, non per vantarci, la culla della civilizzazione europea.

I passi indietro che dobbiamo fare devono, per forza di cose, risalire all’epoca romana.

Roma fu fondata nel 753 a.c. e dopo soli due secoli, passo dopo passo, battaglia dopo battaglia aveva conquistato tutta l’area mediterranea e mezza Europa.
L’impero romano con la sua presenza ovunque pose le basi per la civilizzazione che conosciamo oggi. Il diritto romano, il cattolicesimo, l’arte, la cultura, il progresso tecnico caratterizzarono non soltanto la storia d’Italia, ma anche la storia dell’intero mondo occidentale.
Ma si sa … quando le cose vanno troppo bene, iniziano inevitabilmente a peggiorare … l’impero era immenso ed i ‘’capi’’ volevano potere … ecco che iniziarono a frammentare il territorio e con questa frammentazioni iniziò anche il declino dell´Impero stesso che venne diviso in due parti, quello occidentale e quello orientale.

Mentre l´Impero Romano d´Oriente, detto anche Impero Bizantino” con capitale Costantinopoli, continuò ad esistere fino al 1453, il regno romano in Italia si dissolse in seguito alle continue invasioni da parte di popolazioni ‘’barbare’’ e alla conquista definitiva di Roma nel 476 d.c. da parte di Odoacre, capo degli Unni o degli Eruli?  Mai capito …ma il fatto che costui si chiamasse ‘’Odoacre’’ (odore acre/cattivo) la dice lunga sulla sua igiene! Eppure … il ‘’puzzolente Odoacre’’ mise fine al potere dei raffinatissimi ed acculturati romani.
Poco dopo la caduta dell´Impero Romano, l´Italia diventò la preda delle nuove potenze europee.

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Impero romano …

Praticamente tutti arrivarono sul nostro terreno e la fecero da ‘’padroni’’! Noi italiani siamo un ‘’melting pot’’ composto da: Germani, Ostrogoti,  Visigoti, Franchi, Arabi e Longobardi che regnarono uno dopo l´altro diverse zone della penisola e caratterizzarono con la loro presenza la popolazione italiana.

Nel tempo l´aumento del potere del Papa e l´ascesa dei Franchi portarono alla sconfitta del regno longobardo e alla divisione del paese in tre parti:

– il Sacro Romano Impero Germanico al nord, divenuto in seguito l’Impero Franco
– lo stato pontificio nel centro
-diverse potenze che si alternarono a regnare il sud dell´Italia.

Qui dobbiamo, per limiti di spazio, tralasciare tutti i secoli di guerre sanguinose avvenute in Europa e dire semplicemente che, con lo sviluppo della borghesia e durante la lotta per le investiture tra papa e imperatore si formarono sul territorio settentrionale e centrale italiano delle ‘’Città Stato’’ che influenzarono la storia dell´Italia fino all´età moderna.

Dopo un lungo periodo ‘’buio’’ nel XV secolo l’Italia riconquistò finalmente il primato culturale ed economico in Europa. Le potenti città-stato furono il ‘’motore’’ per quello che è diventato il ‘’Rinascimento’’! Periodo che vide l’Italia nuovamente al centro del benessere economico, culturale e artistico.
Con la conquista dell’America l’Italia perse questo primato e divenne nuovamente ‘’preda’’ delle nuove potenze che stavano nascendo.

Le Repubbliche-Città furono unite per la prima volta nel 1805 sotto Napoleone Bonaparte, già imperatore dei francesi, che proclamò il primo regno d’Italia e incoronò se stesso re e, mettendosi in testa la corona pronunciò le parole: “Dio me l’ha data, guai a chi la tocca”!
In realtà il Regno d’Italia napoleonico fu uno Stato posto sotto il controllo delle forze armate francesi e comprendeva l’Italia centro orientale, buona parte del settentrione e aveva come capitale Milano.
Alla caduta di Napoleone il Regno d’Italia si disciolse nel 1814 e tornò ad esser nuovamente una ‘’preda ambita’’.

In seguito alla diffusione sempre più larga del nazionalismo i popoli italiani con le guerre risorgimentali si ribellarono contro l’Austria e fondarono, sotto la casata dei Savoia, il regno d´Italia nel 1861, con prima capitale Torino.

Dal 1861 al 1946 l’Italia fu una monarchia costituzionale basata sullo Statuto Albertino, concesso nel 1848 da Carlo Alberto di Savoia ai suoi sudditi.
Al vertice dello Stato vi era il re, il quale riassumeva in sé i tre poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario seppur esercitati non in maniera assoluta.

La prima guerra mondiale procurò al paese gravi problemi economici e sociali, spianando la strada al Fascismo di Mussolini.

Alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia, alleata alla Germania, usciva malconcia e perdente.
Venne indetto un referendum che chiedeva ai cittadini di esprimersi tra Monarchia e Repubblica e, dopo 85 anni di regno sabaudo, con 12.718.641 voti contro 10.718.502 l’Italia divenne una repubblica ed i monarchi di casa Savoia vennero esiliati. (Anche allora l’Italia era divisa in due).

Nello stesso anno i padri fondatori della neonata Repubblica si riunirono in un’Assemblea Costituente e scrissero la ‘’Costituzione’’ . Un documento che aveva il valore di legge suprema dello Stato repubblicano e che sostituì lo Statuto Albertino sino ad allora vigente.

La Repubblica entrò in funzione il 1º gennaio del 1948 ed il capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, divenne il primo Presidente della Repubblica Italiana.

Ecco qui, in sintesi la storia di quel bellissimo Paese chiamato Italia!

Alla prossima

Elena

25 APRILE …

25 APRILE 1945 – Cosa festeggiamo?

Qui di seguito una sorta di ”Bignami” per i giovanissimi, che magari non hanno ancora studiato quel periodo storico.

Ecco qui:

Oggi è l’Anniversario della Festa della Liberazione o Festa della Resistenza, oppure semplicemente: 25 aprile!

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Viene festeggiato ogni anno e rappresenta un giorno fondamentale per la storia d’Italia: la fine cioè dell’occupazione nazifascista al termine della seconda guerra mondiale.

Convenzionalmente fu scelta questa data, perché il 25 aprile 1945 fu il giorno della liberazione di Milano e Torino. Bologna venne liberata il 21, Genova il 26, Venezia il 28. Per ”liberazione” ci si riferisce all’avanzata degli ”americani” dal Sud dell’Italia che man mano che risalivano, mandavano via i tedeschi e di conseguenza facevano scappare tutti i ”fascisti”.

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La ”Liberazione” infatti mise fine a venti anni di dittatura fascista e a cinque anni di guerra! Simbolicamente questo giorno rappresenta l’inizio di un percorso storico che porterà al referendum del 2 giugno 1946, dove gli italiani, e per la primissima volta anche le  italiane,  votarono per scegliere tra monarchia e repubblica, quindi alla nascita della Repubblica Italiana, fino alla stesura definitiva della Costituzione.

Alla prossima

 

Elena

 

”STEPCHILD ADOPTION” … OMOSESSUALITA’ … E LA CHIESA CATTOLICA ROMANA …

Sempre più spesso ci chiediamo del perché la Chiesa abbia così tanta ”voce in capitolo” sulle faccende che, in teoria, dovrebbero riguardare solo il Parlamento Italiano.

Sulla questione della ”stepchild adoption” (adozione del figlio del partner) esistono opinioni diverse e trasversali, ed è bene lasciare libertà di coscienza ai parlamentari! Abbiamo detto ai ”Parlamentari”! Non alla CEI! Che potrebbe anche smetterla di ”ficcare il becco” e fare pressioni in faccende che riguardano lo Stato e NON la Chiesa! O no?

iuLa senatrice del PD: Cirinnà autore del DDL omonimo

Ma … il famoso: ”Libera Chiesa in Libero Stato” se lo sono dimenticato tutti?

Per chi non ricordasse nulla a proposito di questa frase, mi permetto di ”rinfrescare la memoria” a chi legge.

La frase ”Libera Chiesa in libero Stato” fu coniata da Charles Forbes Montalembert,  uomo politico e giornalista francese nato a Londra nel 1810 – e morto a Parigi nel 1870.  Entrato nella redazione de L’ Avenir,  fu paladino nel sostenere la necessità da parte della Chiesa di evolversi in senso liberale e di evitare pressioni sulle decisioni prese dalla politica.

Questa frase fu ripresa e pronunciata più volte dal Conte Camillo Benso di Cavour,  fra l’altro anche nel discorso al Parlamento con cui appoggiò l’ordine del giorno che acclamava Roma capitale d’Italia (27 marzo 1861). Il motto rimase nell’uso giornalistico e storiografico, come aforisma efficace del pensiero di Cavour sul come risolvere la ”questione romana” , questione sorta in seguito alla nascita del Regno d’Italia, e cioè che la Chiesa NON possedeva più un regno temporale.

È ispirata a quel pensiero la visione del liberalismo italiano nei confronti del problema dei rapporti fra Stato e Chiesa. Bene diremo noialtri e allora perché la Chiesa mette sempre e costantemente in ”naso” in faccende che dovrebbero essere prerogativa del Parlamento?

A chi dobbiamo questa costante ingerenza della Chiesa?

Ma a chi se non al ”caro” Benito Mussolini! Che cosa ci ha combinato costui? Costui, pur di prendere consensi e voti ci ha combinato i ”Patti Lateranensi!

Che cosa sono? Sono un accordo di ”mutuo riconoscimento” tra il Regno d’Italia e la Santa Sede concordati l’ 11 febbraio del 1929.  Un trattato che riconosceva l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede, fondava lo Stato della Città del Vaticano e definiva le relazioni civili e religiose tra la Chiesa e il Governo. Fu anche stipulata una ”Convenzione Finanziaria” che regolava le questioni sorte dopo la perdita del ”potere temporale” a causa della nascita del Regno Italico. Venne prevista l’esenzione alla Città del Vaticano, dalle tasse e dai dazi sulle merci importate e il risarcimento di 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato, per un valore di un miliardo di lire per i ”danni finanziari” subiti dallo Stato pontificio in seguito alla perdita del potere temporale. (Non avevano più territori)

Mussolini, negli accordi,  acconsentì di rendere le leggi sul matrimonio (annessi e connessi) conformi a quelli della Chiesa cattolica di Roma e di rendere, tra le altre cose,  il clero esente dal servizio militare. I Patti garantirono alla Chiesa il riconoscimento di religione di Stato in Italia, con importanti conseguenze sul sistema scolastico pubblico, come l’istituzione dell’insegnamento della religione cattolica.

Va da se che il risultati dei ”Patti lateranensi” consentirono un aumento esponenziale dell’ingerenza della Chiesa nelle faccende dello Stato, specialmente per quanto riguarda  le leggi che regolamentano la ”famiglia”.

Precedentemente ai Patti lateranensi, l’ingerenza non avveniva, in quanto la regolamentazione  tra Chiesa e Stato, derivava dalla sana  filosofia Cavouriana:  ”Libera Chiesa in Libero Stato”.

La cosa che più mi consola,  essendo io di Torino, è che il torinese Cavour fosse decisamente e di gran lunga più ”evoluto”, nonostante fosse vissuto prima di Mussolini!

 

Alla prossima

Elena 

Per memoria allego i punti salienti del ddl Cirinnà

Il testo del disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili, ora sotto i riflettori, è composto da 19 articoli, riuniti in due titoli: il primo si occupa dei legami tra due soggetti dello stesso sesso, il secondo disciplina la convivenza. Ecco i punti salienti del ddl.All’articolo 1 si stabilisce che due persone dello stesso sesso possono costituire un’unione civile mediante dichiarazione di fronte all’ufficiale di stato civile e alla presenza di due testimoni (formazione specifica sociale). I matrimoni contratti all’estero e i matrimoni nei quali un coniuge abbia cambiato sesso, potranno essere riconosciuti come unioni civili. Dal disegno di legge rimangono escluse le adozioni: una coppia omosessuale non può adottare un bambino senza legame con uno dei due partner, come possono fare le coppie eterosessuali, ma si prevede l’estensione per le unioni civili tra persone dello stesso sesso della cosiddetta Stepchild Adoption, cioè l’adozione del bambino che è già riconosciuto come figlio di uno solo dei due.  Per quanto riguarda il regime giuridico nelle unioni civili tra persone dello stesso sesso, e cioè i rispettivi diritti e doveri, residenza, abusi familiari, interdizione, scioglimento dell’unione, il testo finale giunto in Aula, il cosiddetto Cirinnà bis, prevede che per le unioni civili siano validi gli articoli del codice civile relativi al matrimonio: stessi diritti e stessi doveri. Nel disegno di legge sono tra l’altro riconosciuti alla coppia i diritti di assistenza sanitaria, carceraria, unione o separazione dei beni, subentro nel contratto d’affitto, reversibilità della pensione e i doveri previsti per le coppie sposate. Il ddl Cirinnà bis, elimina inoltre qualsiasi riferimento formale agli articoli del codice civile sulla parità dei diritti tra matrimoni e diritti civili.

 

Torino e la Sacra Sindone … cosa ne sappiamo?

Recentemente la Stampa di Torino ha trasmesso un reportage nel quale si evidenziavano le scarse conoscenze dei ”torinesi” riguardo la Sacra Sindone.

Qui troveremo un ”condensato veloce” – tipo Bignami – su quello che, almeno noi torinesi, dovremmo sapere sull’argomento.

La Sindone di Torino, nota anche come Sacra o Santa Sindone, è un lenzuolo di lino, conservato nel Duomo di Torino, sul quale è visibile l’immagine di un uomo che porta segni di maltrattamenti e torture compatibili ed interpretate con quelli descritti nella passione di Gesù.

La tradizione cristiana identifica l’uomo con Gesù e il lenzuolo con quello usato per avvolgerne il corpo nel sepolcro.  Il termine “sindone” deriva dal greco σινδών (sindon), che indicava un ampio tessuto, simile ad un lenzuolo.

Nel 1988, l’esame al carbonio 14, eseguito contemporaneamente e indipendentemente dai laboratori di Oxford, Tucson e Zurigo, ha datato la sindone in un intervallo di tempo compreso tra il 1260 ed il 1390, periodo corrispondente all’inizio della ”storia della Sindone”. Cioè da quando esistono documenti che la citano.

La sua autenticità continua a essere oggetto di fortissime controversie.

Le esposizioni pubbliche della Sindone sono chiamate ”ostensioni”  (dal latino ostendere, “mostrare”). Le ultime sono state nel 1978, 1998, 2000, 2013.  La prossima ostensione è prevista quest’anno (2015) a Torino dal 19 aprile al 24 giugno. 

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La prima notizia riferita con certezza alla Sindone risale al 1353.  Il cavaliere Goffredo (Geoffey) di Charny che ha fatto costruire una chiesa nella cittadina di Lirey in cui abita, dona alla chiesa un lenzuolo che dichiara essere la Sindone che avvolse il corpo di Gesù.  Non spiega però come ne sia venuto in possesso, anche se, una plausibile risposta potrebbe essere quella di esser parte di un  ”bottino di guerra” trafugato dai cavalieri templari.

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Alcuni anni dopo scoppia una disputa per il possesso della Sindone: il conte Umberto de la Roche, marito di Margherita di Charny, figlia di Goffredo II, verso il 1415 prende in consegna il lenzuolo per metterlo al sicuro in occasione della guerra tra la Borgogna e la Francia.

Margherita si rifiuta poi di restituirlo alla Chiesa di Lirey reclamandone la proprietà. I canonici la denunciano,  la causa si protrae per molti anni e Margherita, rimasta vedova, inizia ad organizzare una serie di ostensioni durante i suoi viaggi in giro per l’Europa.

Nel 1449  a Chimay,  in Belgio, durante una di queste ostensioni, il vescovo locale ordina un’inchiesta e chiede a Margherita di mostrare le ”bolle papali”  in cui il telo viene definito senza ombra di dubbio, una raffigurazione del Cristo. Margherita ovviamente non le possiede … l’ostensione viene quindi interrotta e lei espulsa dalla città. Negli anni successivi continua a rifiutarsi di restituire la Sindone al Papa finché, nel 1453,  la vende ai duchi di Savoia. L’anno successivo verrà scomunicata.

I Savoia conservano la Sindone nella loro capitale:  Chambery , dove fanno costruire una cappella.  Nel  1506 ottengono da Giulio II l’autorizzazione al ”culto pubblico della Sindone” e l’ autorizzazione a celebrare la santa messa in suo onore.

La notte tra il 3 e il 4 dicembre 1532,  nella cappella in cui la Sindone è custodita, scoppia un incendio, e il lenzuolo rischia di essere distrutto.  Un consigliere del duca, due frati del vicino convento e alcuni fabbri forzano i cancelli e si precipitano all’interno, riuscendo a portare in salvo il reliquiario d’argento già avvolto dalle fiamme. Alcune gocce d’argento fuso sono cadute sul lenzuolo bruciandolo in più punti. La Sindone viene allora affidata alle suore clarisse di Chambéry, che la riparano applicando dei rappezzi alle bruciature più grandi e cucendo il lenzuolo su una tela di rinforzo. Nel frattempo, poiché si è diffusa la voce che la Sindone sia andata distrutta o rubata, si tiene un’inchiesta ufficiale che, ascoltate le testimonianze di coloro che hanno visto il lenzuolo ”prima e dopo” l’incendio, certifica che si tratta dell’originale. La Sindone viene di nuovo esposta pubblicamente nel 1534.

Nel 1535 il Ducato di Savoia entra in guerra. Il duca Carlo III deve lasciare Chambéry e porta con sé la Sindone. Negli anni successivi il lenzuolo soggiorna a Torino, Vercelli e Nizza. Soltanto nel 1560 Emanuele Filiberto,  successore di Carlo III, può riportare la Sindone a Chambéry, dove rimane per i successivi diciotto anni. Dopo aver trasferito la capitale del ducato da Chambéry a Torino nel 1562,  il duca Emanuele Filiberto decide di portarvi anche la Sindone. L’occasione si presenta quando l’arcivescovo di Milano San Carlo Borromeo fa sapere che intende sciogliere il voto, da lui fatto durante l’epidemia di peste degli anni precedenti, di recarsi in pellegrinaggio a piedi a visitare la Sindone. Emanuele Filiberto ordina di trasferire la reliquia a Torino per abbreviargli il cammino, che San Carlo percorre in cinque giorni.

La Sindone non viene più riportata a Chambéry e da allora resterà sempre a Torino.  Nel 1694 viene collocata nella nuova Cappella costruita tra il Duomo e il Palazzo reale, dall’architetto Guarino Guarini, e questa è tuttora la sua sede.

In occasione dell’ostensione pubblica del 1898, l’avvocato torinese Secondo Pia, appassionato di fotografia, ottiene dal re Umberto I il permesso di fotografare la Sindone. Superate alcune difficoltà tecniche, il Pia esegue due fotografie e al momento dello sviluppo gli si manifesta un fatto sorprendente … l’immagine della Sindone sul negativo fotografico appare “al positivo”, vale a dire che l’immagine stessa è in realtà un negativo. La notizia fa discutere e accende l’interesse degli scienziati, dando inizio a un’epoca di studi che fino a oggi non si è conclusa; ma non manca anche chi accusa il Pia di avere manipolato le lastre.

Nel 1931 viene eseguita una nuova serie di fotografie, affidata a Giuseppe Enrie. Per evitare polemiche, tutte le operazioni vengono svolte in presenza di testimoni e certificate da un notaio. Le fotografie di Enrie confermano la scoperta del Pia e dimostrano che non vi era stata nessuna manipolazione.

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Ancora oggi, la Sacra Sindone, per alcuni è una ”ben montata” mistificazione … per altri … è il lenzuolo in cui il Cristo è stato avvolto … e davanti al quale ci si inginocchia in raccoglimento per pregare …

Alla prossima

Elena

 

 

 

 

art. collegato: http://www.lemonde.fr/europe/article/2015/04/19/un-million-de-personnes-attendues-a-l-exposition-du-suaire-de-turin_4618748_3214.html

TORINO – SHIT END DIE …

Tornati a Torino in occasione delle festività, come non visitare un’esposizione artistica alla vigilia di Natale? Tanto per rasserenarci gli animi?

Mia figlia ci teneva tanto a vederla … ed eccoci quindi tutti e tre, la mattina del 24 dicembre, in un traffico natalizio non indifferente,  a cercare un parcheggio sotterraneo.  Dopo vari giri, finalmente salta fuori un buco per l’auto nel parcheggio di Piazza Carlo Felice. Bene!

Emergiamo in piazza CLN , dove un coro di boy scouts canta un improbabile ”when the saints go marchin in”, e ci incamminiamo per raggiungere Palazzo Cavour dove ha sede la mostra il cui titolo per la cronaca è: Shit and die! Carino vero?

Shit and die è uno degli slogan di Bruce Nauman un artista americano, e proprio questo è il ”felice” titolo scelto da Maurizio Cattelan per il progetto di Artissima di quest’anno!

Io che sono curiosa per natura … mi impongo di essere assolutamente priva di preconcetti di sorta …

La mostra è curata appunto da Maurizio Cattelan, artista milanese, che, insieme alle due giovani curatrici Myriam Ben Salah e Marta Papini, ha ideato un percorso diviso in sette sezioni, ognuna delle quali dedicata a un aspetto particolare di Torino.

Entrando siamo subito attratti/affascinati dallo scalone di Palazzo Cavour che è letteralmente coperto da biglietti da un dollaro … per l’esattezza 40 mila dollari veri che, tutti assieme,  formano l’opera ”The Hug” di Eric Doeringer!

La cosa è impressionante … che sia un messaggio mirante alla mercificazione dell’arte? Mah … va a sapere … in ogni caso mi ”mette a disagio” …

Proseguiamo nella visita …e qui …  una ”sorpresa” dietro l’altra.

Non voglio descrivere quello che ho visto, perché secondo me, quanto esposto manda messaggi differenti ad ogni persona che osserva.

Mi limiterò a dire che l’ allestimento presenta lavori di artisti affermati accanto a quelli di giovani emergenti.

una delle opere più ”divertenti” esposte … 

Dopo aver visitato tutta la mostra … la sensazione che mi permea è quella di ”decadenza” … d’altronde quello in cui viviamo è un periodo ”decadente” quindi gli ”artisti”, animi sensibili per natura, non possono fare a meno di travasare nell’arte quello che ”sentono”.

Pur non volendo assolutamente fare nessuna polemica, non posso fare a meno di pensare che, una mostra del genere, geniale quanto volete, sia destinata ad un pubblico veramente ristretto e  ”addetto ai lavori”.

Mia figlia infatti si aggirava affascinata e piena di entusiasmo continuando a citare gli artisti ed i loro messaggi  … io mi guardavo attorno, deprimendomi sempre di più … mio marito, con un’espressione ”ermetica” vagava tra le sale.

Ognuno ”legge” l’opera o il messaggio dell’artista prima con il proprio cuore, poi se ne possiede,  attinge alle proprie informazioni …  e solo alla fine va a leggere che cosa ne dicono i ”critici”.  Critici che troppo spesso sono costretti a ”voli pindarici”, condendo le loro informazioni con frasi ad effetto che, quasi sempre, dicono poco o nulla!

Personalmente le opere esposte mi hanno trasmesso un decadentismo negativo a 360°  … non esattamente ”spirito natalizio”.

Come non deprimersi guardando delle lingue di bue al posto degli strofinacci da pavimento … o dei catafalchi per impiccagione … oppure donne discinte che sedute sul pavimento a gambe larghe raccolgono denaro accartocciato avidamente? Mah …

L’ultima sala poi …  quella dell’auto che si distrugge è l’apoteosi della disgrazia della nostra città.

Rappresenta la Fiat che, lentamente e sempre facendoci promesse ”’bugiarde” e ”vigliacche” se ne è andata, mettendo in ”ginocchio” tutto l’am ba ra dam economico di Torino.

Questo concetto è sintetizzata alla perfezione nell’auto esposta che, lentamente ed inesorabilmente,  si accartoccia di un centimetro al giorno … fino a distruggersi del tutto!   Brrrr !

Gli artisti non hanno fatto altro se non sintetizzare l’abbandono e la morte di questa città! E ci sono riusciti benissimo!

Ma … se noi dobbiamo riciclarci dal punto di vista turistico, e quindi, tanto per rimanere con i ”piedi per terra” ,  ”monetizzare” l’arte,  credo si debbano fare mostre un tantino più vicine ai ”comuni mortali”.

Se vogliamo che il turismo sia fonte di introiti economici per la nostra bella città … pur senza essere vergognosamente ”mercificato” … deve assolutamente essere meno di ”nicchia” e più alla ”portata” di tutti.  Sopratutto il messaggio non può e NON deve continuare ad essere così negativo, perché di masochisti a questo mondo non ce ne sono poi così tanti.

Se siete curiosi … andate a vederla … male NON fa … anzi … fa molto molto pensare …

Alla prossima

Elena

a questo link trovate alcune fotografie dell’allestimento della mostra:

http://www.vanityfair.it/lifestyle/tempo-libero/14/11/04/shit-and-die-mostra-a-torino-foto-in-esclusiva-maurizio-cattelan#gallery=22439-4