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L’ingerenza della Piattaforma Rousseau nell’Iter costituzionale …

Ma roba da matti …

Mattarella, Conte, l’Italia intera è in attesa delle decisioni della Piattaforma Rousseau, quella ”cosa” che fa credere agli iscritti del M5S che saran loro a decidere, peccato che le domande, molto probabilmente, saranno poste in maniera tale da ‘’pilotare’’ le risposte, e comunque, in ultima battuta, sarà la Casaleggio&Associati a decidere quali sono le ‘’risposte’’ della base.

La Piattaforma Rousseau in sintesi …

Conflitto di interesse? Ma noooooooo … figurati! Quello ce lo aveva solo Berlusconi! la Casaleggio ha trovato nel M5S, sua creatura tra l’altro, una gallina dalle vuota d’oro, visto che ogni parlamentare grillino le dà mensilmente 300 euro del proprio stipendio.
Ma, conflitti di interesse a parte, non dimentichiamoci che quando Ponzio Pilato chiese al popolo, per lavarsene le mani: ‘’Preferite Gesù o Barabba’’? Il ‘’popolo’’ non ebbe la benché minima esitazione. Il che la dice lunga sul ‘’popolo’’.

Ma comunque, noi abbiamo un Costituzione, che prevede, in casi come questi, un iter ben specifico, mò i grillini hanno aggiunto unilateralmente nei vari passaggi previsti, la Piattaforma Rousseau. Che ci vada bene oppure no è così! Contenti?

Di Maio, in tutto questo, cerca solo di salvarsi la ‘’poltrona’’, perché da quando han paventato l’ipotesi che nei Ministeri ci dovrebbe essere qualcuno che capisca qualche cosa, è impallidito ed ha iniziato a fare la voce grossa.
L’Italia è proprio in ‘’buone mani’’ … nelle mani di ‘’dilettanti allo sbaraglio’! ’:-(

Alla prossima

Elena

Dicotomia tra il ”Governo Giallo-verde” e la realtà del mondo.

Milena Gabanelli/Fabio Savelli: Si fa presto a dire ”fermiamo tutto e rifacciamo i conti”, ma anche i ripensamenti hanno un costo: il tira e molla sulle opere in corso ha dato il colpo di grazia ad un intero settore. Nel giugno 2018, s’insedia il nuovo governo e il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, decide di stoppare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso o programmate: dal tunnel del Brennero (appalti per un valore di 5,9 miliardi), alla pedemontana veneta (2,3 miliardi), dall’alta velocità Brescia-Padova (7,7miliardi), al Terzo Valico tra Genova e Milano (6,6 miliardi), oltre alla Torino-Lione. Il ministro vuole rivedere il rapporto costo-benefici. Dopo sei mesi di conti, il 17 dicembre, ha scoperto che con il Terzo Valico (opera urgente, con cantieri aperti da anni) è meglio andare avanti. Le altre opere, a parte la discussa Torino-Lione, dove in ballo ci sono i finanziamenti europei, ad oggi sono ancora bloccate. Nel frattempo le imprese di costruzioni, che stavano già sul lastrico, sono a rischio fallimento.

Le imprese in pre-fallimento – Da luglio a dicembre hanno fatto richiesta di concordato Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, la Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. Per Condotte è andata peggio: è finita in amministrazione straordinaria per evitare la liquidazione degli asset. Operai, manovali, carpentieri, ingegneri, geometri: zero. Al lavoro non c’è più nessuno, perché nessuno viene più pagato. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Anas con l’acqua alla gola- Parliamo di aziende il cui destino dipende da quanto «strette» sono le relazioni politiche, quasi tutte con guai giudiziari, indebolite dai tempi ingiustificabili della burocrazia e dalle modalità delle gare, dove spesso vince chi fa il prezzo più basso, obbligando poi le imprese in sub-appalto a tirarsi il collo. L’esito complessivo è che nessuno rispetta le scadenze, i rimpalli di responsabilità finiscono nei tribunali in contenziosi senza fine con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La più grande, Anas, che proprio a causa dei ritardi ha cancellato solo nel 2018 circa 600 milioni di euro di lavori, deve ora affrontare le rivalse economiche delle imprese, che a loro volta sono esposte con banche e fornitori. Alla fine le richieste vengono soddisfatte al 10-15% con ritardi mostruosi che uccidono le aziende dell’indotto. Mentre il fondo rischi da contenzioso di Anas di circa 9 miliardi serve a gestire i contraccolpi giudiziari, i costi di ri-cantierizzazione da parte di altri contractor sono quantificabili in un 20% secco in più del prezzo pattuito. Il corollario è quello del crollo dei bandi di gara pubblici (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo), per cui oggi Anas si trova priva di autonomia finanziaria e rischia di uscire dal perimetro di Ferrovie dello Stato. La sua sopravvivenza è appesa agli iter lunghissimi dei finanziamenti pubblici che partono dai consigli dei ministri e transitano mesi nelle commissioni parlamentari

Il peso della burocrazia – Alla difficoltà di realizzare progetti approvati (300 sono le opere incompiute), si aggiungono i 21 miliardi bloccati sulle grandi opere in corso, e il fatto che negli ultimi 3 anni oltre 10 miliardi di investimenti in infrastrutture, messi nero su bianco, non sono partiti. Tutto questo trascina inquantificabili costi occulti e il risultato è che le grosse imprese del settore stanno andando fuori mercato, 418mila potenziali posti di lavoro sono saltati, mentre 120 mila aziende sono fallite. L’agenzia di rating Standard&Poor’s l’ha appena definito «l’anno nero delle costruzioni». La causa principale è nel mostro a cinque teste della burocrazia, e qualcuno punta il dito sul nuovo codice degli appalti che ha introdotto ulteriori controlli sulle imprese sottoponendole al visto preventivo dell’autorità anti-corruzione. La patente di legalità però è inevitabile perché le infiltrazioni malavitose sono talmente ramificate da toccare decine di sub-fornitori. Sarebbe invece il caso di accendere un faro sul ruolo del Cipe. Il comitato interministeriale per la programmazione economica alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi, che dovrebbe fungere da distributore delle risorse, viene interpellato per ogni modifica progettuale anche quando il costo dell’opera resta immutato. Ogni passaggio «costa» 6-8 mesi.

Mancano i soldi? – Il governo ha trovato in cassa 150 miliardi disponibili già stanziati, di cui è stato speso meno del 4%. Soldi immediatamente utilizzabili grazie ad un accordo con la Banca europea degli investimenti. Ci sono 60 miliardi destinati al Fondo Investimenti e sviluppo infrastrutturale; 27 miliardi del Fondo sviluppo e coesione; 15 miliardi di fondi strutturali europei; 9,3 miliardi di investimenti a carico di Ferrovie dello Stato che controlla l’altra grande stazione appaltante del Paese, Rfi, Rete ferroviaria italiana; 8 miliardi di misure per il rilancio degli enti territoriali; 8 miliardi per il terremoto; 6,6 miliardi nel contratto di programma dell’Anas. Ma il governo ha preferito fermare tutto, e attingere da lì i fondi per la riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza, la flat tax per le partite Iva.

Sacrificati gli investimenti – Nel negoziato con la Commissione Ue sono stati proprio gli investimenti ad essere sacrificati. L’impostazione complessiva prevede ancora 15 miliardi nei prossimi tre anni per le grandi opere, ma al 2019 è stato sottratto un miliardo per destinarlo come copertura di altre misure, togliendo solo a Ferrovie dello Stato circa 600 milioni. I costruttori per stare a galla hanno iniziato la corsa disperata a vincere maxi commesse all’estero, per arricchire i portafogli-lavori e godere di maggiore credibilità verso le banche, il mercato, le agenzie di rating.

Spesso propositi di lungo termine che finiscono per appesantire i conti (già in rosso) quando c’è da anticipare il costo di alcune opere. Alla fine il rischio è quello di spianare la strada all’ingresso in Italia dei grandi general contractor europei e cinesi che hanno le spalle finanziarie più larghe per assorbire cambi di programma e ripensamenti, con la conseguenza però di creare minore occupazione. Dalla francese Vinci (40 miliardi di fatturato) al colosso China State Construction Engineering. Basti pensare che la nostra più grande impresa di costruzioni, la Salini Impregilo ha un fatturato di SOLI 6,3 miliardi (dato 2016).

Personalmente ho l’impressione che a furia di eleggere gente che sa pochissimo, che non possiede esperienze di sorta ma che si ”vende” bene promettendo mari e monti noialtri si concluda sempre di meno.   Ripeto, mentre il suffragio deve rimanere universale le candidature politiche NON devono essere ”universali” ma chi raggiunge quegli scranni deve essere in grado, senza SE e senza MA di portare ”valore aggiunto” per la collettività. Avere insomma una cultura sufficiente per possedere una visione a tutto tondo e a lungo termine …  Tutto il resto è ”aria fritta” !

Alla luce di quanto sopra, pensate che il  Governo Giallo-verde si stia muovendo nella giusta direzione?  O stia semplicemente gettandoci fumo negli occhi, ad esempio, gonfiando l’inesistente problema immigrati, per distogliere l’attenzione dal vero problema del paese? E cioè l’assenza di LAVORO?  A voi l’ardua sentenza …

Alla prossima

Elena

 

Fonte: Dataroom di Milena Gabanelli e Fabio Savelli su Corriere della Sera: 

Chi è Jair Messias Bolsonaro?

Jair Messias Bolsonaro è un politico brasiliano che milita attualmente nel Partito Social-Liberale ed  è stato eletto Presidente del Brasile il 28 ottobre 2018, e assumerà ufficialmente il mandato il 1º gennaio 2019.

Le origini  – Jair Messias Bolsonaro è di origini italiane (noi siamo migranti per eccellenza e siamo un pò ovunque)  sia da parte di padre che di madre (Olinda Bonturi originaria dalla Toscana). Il nonno paterno è invece nato ad Anguillara, in provincia di Padova, e il cognome in origine era Bolzonaro, con la z. Non ha la cittadinanza italiana ma in una intervista di qualche anno fa dichiarò di volerla chiedere, per avere un Paese straniero “dove esiliarsi in caso di necessità”.

Ecco qui il nuovo presidente del Brasile …

Carriera militare  – Bolsonaro è nato e cresciuto nello Stato di San Paolo, dove arrivarono i suoi antenati, ma vive a Rio de Janeiro da quando entrò nella scuola dell’esercito, a 18 anni. Nonostante le dichiarazioni di amore per la divisa e le istituzioni, Bolsonaro è stato un pessimo militare. Era nel corpo dei paracadutisti ed è sempre stato un ribelle indisciplinato. La sua carriera finì praticamente a 32 anni, con il grado di capitano, dopo aver guidato una rivolta per ottenere aumenti di stipendio.

La carriera politica – Nonostante l’atteggiamento da outsider, Bolsonaro in realtà è in politica da sempre, ed è uno dei deputati brasiliani più longevi con ben sette legislature alle spalle. Secondo i suoi avversari comunque, come congressista il suo lavoro è stato decisamente modesto, con appena due progetti di legge approvati in 30 anni a Brasilia. Il suo ”mestiere” più che lavorare per la collettività consisteva in quello di farsi conoscere dal grande pubblico. Si sa, più noi li vediamo in tv … più sparano ”cavolate impossibili”  e più ci piacciono!
Bolsonaro ha militato in ben otto partiti diversi e il periodo più lungo l’ha passato nel Pp, Partito Progressista, che di progressivo aveva solo il nome in quanto è un partito di tendenze conservatrici. Ciliegina sulla torta, che dovrebbe illuminare sulle sue vedute politiche , nel suo ufficio alla Camera ha appeso i ritratti di tutti i capi di Stato militari dell’ultima dittatura!

Le mogli – pur vantandosi di essere paladino della famiglia tradizionale brasiliana, Jair Bolsonaro in realtà è alla terza moglie. L’attuale, Michelle Reinaldo, l’ha conosciuta alla Camera dei deputati, dov’era segretaria. Tra i due è stato un colpo di fulmine. Dopo poche settimane già vivevano insieme. Michelle ha ora il controllo completo dell’agenda del marito.

La seconda moglie e i figli – Anche il secondo matrimonio, con Ana Cristina Valle, è finito per incrociarsi con la politica. La donna si è presentata alla Camera in queste elezioni, usando il nome Bolsonaro, ma non è stata eletta. Si dice che la candidatura sia stata una sorta di ricompensa per chiudere una lite economica pesante tra i due, seguita alla separazione. La Valle è arrivata a denunciare Bolsonaro per minacce e si è trasferita per un po’ all’estero per questo motivo. Di recente la donna ha detto che la storia raccontata dai giornali era un pò esagerata … e che con l’ex marito ora tutto fila liscio. Mah …

I social – Bolsonaro è arrivato alla guida di una delle maggiori democrazie del mondo con l’utilizzo quasi esclusivo dei social network e ignorando i media tradizionali largamente schierati contro di lui. La cosa non dovrebbe stupirci in quanto ormai sta diventanto una ”moda” un pò ovunque. Bolsonaro però,  è diventato famoso proprio grazie alla tv. Le sue partecipazioni frequenti in programmi umoristici e talk show del pomeriggio lo hanno proiettato a livello nazionale. Nelle comparsate, l’ex militare toccava sempre temi polemici e veniva invitato per eseguire il ruolo del politicamente incorretto. Da lì la popolarità enorme su Facebook e la valanga di notizie a suo favore (e fake contro i suoi avversari) soprattutto su Whatsapp.
Ma guarda un pò … com’è facile ‘’pescare pesci in rete’’ vero? …

Lo sputo – Il 17 aprile del 2016, durante una sessione della Camera, Bolsonaro ricevette uno sputo in faccia dal collega di sinistra Jean Wyllys, noto esponente del movimento gay. Il deputato autore del gesto si era giustificato, imputando l’esasperazione da lui raggiunta, nel venir insultato da Bolsonero in continuazione con i peggiori epiteti dedicati agli omosessuali.
Bolsonaro inoltre,  per esasperare Jean Wyllys, aveva più volte elogiato un militare torturatore di omosessuali.

Il patrimonio – Pur vivendo da anni con il solo stipendio di deputato è riuscito a crescere cinque figli, avuti da compagne diverse, (alla faccia della famiglia tradizionale!)  e ad accumulare un discreto patrimonio.
La famiglia è infatti proprietaria di ben 13 immobili, tutti in quartieri snob di Rio de Janeiro. Ma può affermare, a ragione, di non aver mai avuto il minimo problema con la giustizia, aspetto che ha avuto un ruolo fondamentale nella crescita impetuosa della sua popolarità!

Ecco … questo qui è il nuovo Presidente del Brasile.

Alla prossima
Elena

Donald Trump rinuncia allo stipendio di Presidente …

Un’eroe che si sacrifica per la Patria?  
Si tratta di circa 33.000 dollari al mese, l’equivalente più o meno del salario di un giocatore di Football americano in serie A.
Nell’animo semplice dell’americano medio che lo ha votato,  il messaggio viene percepito come: ”Sono un presidente disinteressato, sono qui per lottare contro la corruzione delle ”elite” e non per arricchirmi sulle vostre spalle”!
Che brav’uomo vero? Ma … siamo proprio sicuri?

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Prima cosa, questo denaro ”risparmiato” cambia veramente poco per gli americani, è un po’ come una ”goccia nel mare”.  Il debito pubblico nel 2016 ha superato i 19.000 miliardi di dollari, il che significa che, per estinguerlo grazie al mancato stipendio del Presidente ci vorranno circa 47 milioni di anni!  Di sicuro Trump, nonostante tutta la sua ”prosopopea , non potrà vivere così a lungo.

La seconda cosa è che il rinunciarvi, è anche un modo per dire che 400.000 dollari l’anno non significano assolutamente nulla per lui. Secondo il settimanale ”Forbes”  la sua fortuna personale è di circa  4 miliardi di dollari.

Ma il terzo punto, più grave,  è che se un salario ricevuto significa evidentemente il riconoscimento di una competenza, un posto nell’organizzazione, un ruolo di responsabilità;  il non riceverlo, automaticamente alleggerisce sia le necessità di competenze che le responsabilità .

Non dimentichiamo che un salario al politico, dal punto di vista ”democratico” ,  significa permettere al maggior numero possibile di candidati di concorrere per tale carica, siano essi ricchi o poveri.
Molti leggono lo stipendio ai politici come se costoro fossero dei ”mangiapane a tradimento”, ed in effetti se pensiamo a gente come Razzi, infastidisce  tutti il dovergli pagare lo stipendio no? Ma questo è un’altro discorso  … e riguarda la ”selezione” della classe politica che sarebbe tutta da rivedere.

Ma torniamo all’argomento e diciamo che una indennità economica, per chi si occupa del paese,  fa anche si che la politica non sia appannaggio esclusivo dei ricchi, ma sia raggiungibile a tutti.

Nell’800  la politica era riservata solo ed esclusivamente alla classe dirigente composta da ”nobili possidenti”, persone che vivevano delle rendite provenienti delle loro ricchezze e che, in un mondo di ignoranti ed analfabeti, possedevano gli ”strumenti” per gestire la ”cosa pubblica”.  Essendo ricchi potevano permettersi di lavorare ”gratis” . Negli anni divenne presto chiaro che costoro facessero maggiormente i propri interessi, a scapito della classe meno abbiente.  Ecco quindi la necessità di dare uno stipendio, per poter allargare il bacino di utenza da cui pescare gli individui ”migliori” a cui affidare la ”cosa pubblica”.

Ecco il punto a cui volevo arrivare: oggi Trump, come i ricchi possidenti dell’800, rinuncia allo stipendio, non gli serve in quanto è ricco sfondato!

Considerato l’ego dell’individuo,  questo è un modo come tanti per mettersi su di un piedistallo.  Ma soprattutto, visto che appartiene ad una categoria di privilegiati a cui 400.000 mila dollari all’anno non fanno né caldo né freddo, considerando che per il suo staff sceglie personaggi legati al suo ”ambiente”, quindi ricchi, considerato che è dentro, personalmente, o tramite suoi collaboratori stipendiati, nei consigli di amministrazione delle tanto odiate multinazionali … la domanda è: ”siamo proprio sicuri che farà gli interessi del ”popolo”?

Mah … di sicuro, noi popolo,  stiamo tornando indietro scegliendo simili personaggi. Sembriamo i contadini ignoranti ed analfabeti dell’800 …

Meditiamo gente … meditiamo …

Alla prossima

 

Elena

 

Donald Trump … ”genio” o ”pirla” ?

Donald Trump, nonostante tutti i suoi slogan protezionistici contro la Cina, le dogane impostele al  45%,  nell’intenzione di contenere drasticamente le sue esportazioni,  ha in realtà  già offerto un gran bel regalo a Pekino, dichiarando morto il trattato di libero scambio transpacifico (TPP).

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Perchè? Vediamo un po’ …

Questo accordo negoziato dall’amministrazione Obama con 11 paesi del Pacifico, tra cui Giappone, Vietnam, Singapore, Malesia era il punto di ”forza politico” mirante a ridurre l’influenza cinese almeno tra i paesi a lei più vicini.
Ovviamente questo preoccupava profondamente Pekino che, non solo ne era esclusa, ma tale politica avrebbe disegnato una ”zona economica” che contestava la supremazia cinese, ed in più lo faceva proprio alle ”sue porte”!
Ormai il TPP, che attendeva solo più di esser ratificato dal Congresso è clinicamente morto, lasciando i paesi asiatici, senza altra possibilità se non quella di stringersi attorno al vicino gigante cinese, creando quindi un mercato ”impressionante” a scapito non solo degli USA, ma di tutta l’Europa, o, per meglio dire,  di quegli staterelli alla mercè di chiunque,  che di ”Stati Federali d’ Europa” non vogliono proprio sentir parlare”!

Che dire? Mah … Grazie a ”Mister Trump” da ora inizierà il ”declino ufficiale dell’occidente”,  restituendo all’Asia lo splendore di un tempo! Il Politburo cinese sentitamente ringrazia!

Che politica intelligente che ha ‘sto qui! Non vede al di là del proprio naso, non vede che sta dandosi la ”zappa sui piedi”, l’unica cosa che arriva ad immaginare è quella di mettere tasse sui prodotti cinesi e di isolarsi nel proprio giardino, sperando che, almeno per un po’,  le cose vadano bene.

Il dramma è che di personaggi come lui ce ne sono tanti … troppi … sono quelli del ”mordi e fuggi” e che hanno la visione futura del mondo ”profonda” come quella dei criceti!

Alla prossima

 

Elena

 

fonte: http://www.lepoint.fr