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Pensionati italiani all’estero … come mai?

Si stupiscono del fatto che molti pensionati italiani  scelgano di vivere all’estero piuttosto che in Italia? 

Ma dai? Adesso se ne accorgono? A noi, per esempio, sarebbe piaciuto vivere in Italia, magari in un posto di mare, e, visto che siamo un ‘’dito nel Mediterraneo’’ la cosa in teoria non avrebbe dovuto essere poi così difficile no?

Invece l’Italia, a parte quattro gatti miliardari che si comprano tenute in Toscana, ma che ci vivono solo saltuariamente, non è che proprio ‘’brilli’’ per attrarre un turismo di ‘’residenti’’. Eppure pensionati stranieri, con denaro a disposizione, darebbero un grande aiuto alla nostra economia no?

Dovremmo farci delle domande a questo proposito e meditare sul fatto che ad esempio, le nostre coste sono praticamente tutte private, quindi se ci vuoi andare, devi pagare,  cosa questa che a degli stranieri risulta assolutamente ridicola!  Che un’ edilizia mal fatta non attira molti! Che la burocrazia napoleonica allontana lo straniero più che avvicinarlo!  Che la sanità è quella che è e la cultura anche. 

I pensionati hanno bisogno di far passare il tempo in modo piacevole e quindi hanno bisogno di associazioni che li aiutino a tal scopo. Ebbene le associazioni culturali  e/o ludiche da noi spesso sono per le ‘’élite’’ e  somigliano più ad associazioni massoniche piuttosto che a semplici circoli per passare il tempo. Inoltre spesso è difficile inserirsi per gli italiani  stessi … figuriamoci per degli stranieri. A noialtri il ”diverso” fa impressione e lo allontaniamo invece che cercare di farlo sentire a ”proprio agio”!

Cribbio sono vissuta tanti anni in Inghilterra e in un attimo mi sono trovata in mezzo a loro come se fossi vissuta lì da sempre, nonostante il mio inglese zoppicante!

Ma torniamo all’Italia,  l’associazionismo si riduce quindi o a qualche cosa per le ”élite” oppure ai circoli delle bocce. Vie di mezzo ce ne sono un pò poche ed il concetto ‘’associazione’’ rimane maggiormente, ancora oggi, nelle mani delle Parrocchie. 

Per gente straniera che è abituata a vivere in contesti sociali più, chiamiamoli ‘’funzionali’’, ebbene tutto questo piace poco. 

Invece di insultare quelli che scelgono di allontanarsi dall’Italia … non sarebbe meglio farsi delle ‘’domande’’? E chiedersi perché, nonostante la nostra posizione geografica, un dito nel Mediterraneo, che avrebbe dovuto  farci diventare la Florida d’Europa … questa posizioni ce la siamo fatta  fregare  dai  francesi con la ‘’Costa Azzurra’’? Meditiamo gente … meditiamo … 

Alla prossima

Elena 

 

Telenovela ‘’Reddito di cittadinanza’’ …

Già il fatto che abbiano deciso di far partire il Reddito di Cittadinanza il primo di aprile … la dice lunga!

Non è proprio ben augurante. Ma comunque … fosse solo questo il problema …

Tanto per cominciare, le famose ”nuove assunzioni” nei centri per l’impiego necessarie per far partire il ‘’reddito di cittadinanza’’,  i cosiddetti ‘’navigator’’, verranno assunti a ‘’tempo determinato’’ … poi si vedrà.

Entrerebbe comunque gente che non sa nulla della realtà di questi centri e quindi bisognerà formarla, il che costa. Voi direte dov’è il problema? Verranno affiancati dai vecchi dipendenti. Ma … non è così semplice, leggendo scoprirete il perché.

A capo comunque dell’Anpal (Agenzia Nazionale delle Politiche del Lavoro) al posto di Maurizio del Conte, docente di diritto del lavoro dell’Università Bocconi di Milano, Di Maio conta di metterci, secondo un articolo di Lettera43, Mimmo Parisi che sarebbe appunto l’ispiratore del ‘’navigator’’.

Mimmo Parisi, originario di Ostuni, lavora e vive nello Stato del Missisipi da 30 anni. Parisi è il direttore del National strategic planning and Analysys Research Center dell’Università del Mississippi. A Parisi spetterà il compito di riorganizzare i centri per l’impiego, le strutture pubbliche che dovranno veicolare il reddito di cittadinanza. Parisi,  e qui spezziamo una lancia a favore di Di Maio, è  senz’altro la persona adatta per riorganizzare i centri per l’impiego, visto che ha fatto una cosa analoga proprio nello Stato del Missisipi.

Questo signore fa tanta confusione tra mondo reale e mondo virtuale. D’altronde … lui è un miracolato e mica si rende conto che la vita è complicata. Lui è diventato Ministro dell’Economia e dello Sviluppo Economico grazie alla ”rete Internet” e quindi pensa che grazie ad Internet tutto sia possibile. Qualcuno glielo spieghi per favore che non è proprio tutto così. 🙁

Stiamo parlando ovviamente di una riforma con un forte accento sull’aspetto digitale e tecnologico, e qui … casca l’asino! 

Ma … qualcuno lo avrà detto a ‘sto Parisi che in Italia i centri per l’impiego, specie al Sud, non hanno nemmeno i pc … e se li hanno sono vecchi e se sono nuovi magari manca loro la linea internet?  Che l’organico ha problemi sia di numero che di capacità? Che molti dei dipendenti degli attuali centri per l’impiego che sono poi 7.934 dipendenti (contro i 98.739 addetti della Germania, i 74.080 del Regno Unito, i 54mila della Francia e gli 8.945 della Spagna), per effetto del blocco del turn-over hanno un’età avanzata, una scarsissima dimestichezza con il digitale, sono abituati a svolgere compiti puramente burocratici,  non hanno avuto la formazione necessaria per rispondere alle nuove sfide delle politiche attive e che quindi non saranno assolutamente in grado di affiancare e formare i nuovi assunti, tra l’altro a tempo determinato? 

E’ importante questo aspetto perché questo Signore, il Parisi,  è abituato a vivere in America, dove ‘sta roba è all’ordine del giorno.  Pover’uomo! 

Secondo me non gliel’hanno mica raccontata giusta … un conto è riorganizzare qualche cosa che comunque già è in funzione … un conto è partire da zero! 

Vedremo … ma qualche cosa mi dice che ci vorrà un pò di tempo per ‘sto reddito di cittadinanza.

Alla prossima

Elena 

Dicotomia tra il ”Governo Giallo-verde” e la realtà del mondo.

Milena Gabanelli/Fabio Savelli: Si fa presto a dire ”fermiamo tutto e rifacciamo i conti”, ma anche i ripensamenti hanno un costo: il tira e molla sulle opere in corso ha dato il colpo di grazia ad un intero settore. Nel giugno 2018, s’insedia il nuovo governo e il ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, decide di stoppare i finanziamenti a tutte le grandi opere già in corso o programmate: dal tunnel del Brennero (appalti per un valore di 5,9 miliardi), alla pedemontana veneta (2,3 miliardi), dall’alta velocità Brescia-Padova (7,7miliardi), al Terzo Valico tra Genova e Milano (6,6 miliardi), oltre alla Torino-Lione. Il ministro vuole rivedere il rapporto costo-benefici. Dopo sei mesi di conti, il 17 dicembre, ha scoperto che con il Terzo Valico (opera urgente, con cantieri aperti da anni) è meglio andare avanti. Le altre opere, a parte la discussa Torino-Lione, dove in ballo ci sono i finanziamenti europei, ad oggi sono ancora bloccate. Nel frattempo le imprese di costruzioni, che stavano già sul lastrico, sono a rischio fallimento.

Le imprese in pre-fallimento – Da luglio a dicembre hanno fatto richiesta di concordato Astaldi, Grandi Lavori Fincosit di Roma, la Tecnis di Catania e, da ultimo, la più grande cooperativa italiana, la Cmc di Ravenna. Per Condotte è andata peggio: è finita in amministrazione straordinaria per evitare la liquidazione degli asset. Operai, manovali, carpentieri, ingegneri, geometri: zero. Al lavoro non c’è più nessuno, perché nessuno viene più pagato. Quindici delle prime 20 imprese sono in stato pre-fallimentare o in forte stress finanziario perché le entrate previste sono bloccate, mentre le uscite nei confronti dei fornitori che continuano ad accumularsi stanno costringendo molti piccoli imprenditori a chiudere.

Anas con l’acqua alla gola- Parliamo di aziende il cui destino dipende da quanto «strette» sono le relazioni politiche, quasi tutte con guai giudiziari, indebolite dai tempi ingiustificabili della burocrazia e dalle modalità delle gare, dove spesso vince chi fa il prezzo più basso, obbligando poi le imprese in sub-appalto a tirarsi il collo. L’esito complessivo è che nessuno rispetta le scadenze, i rimpalli di responsabilità finiscono nei tribunali in contenziosi senza fine con enormi richieste di risarcimento alle stazioni appaltanti pubbliche. La più grande, Anas, che proprio a causa dei ritardi ha cancellato solo nel 2018 circa 600 milioni di euro di lavori, deve ora affrontare le rivalse economiche delle imprese, che a loro volta sono esposte con banche e fornitori. Alla fine le richieste vengono soddisfatte al 10-15% con ritardi mostruosi che uccidono le aziende dell’indotto. Mentre il fondo rischi da contenzioso di Anas di circa 9 miliardi serve a gestire i contraccolpi giudiziari, i costi di ri-cantierizzazione da parte di altri contractor sono quantificabili in un 20% secco in più del prezzo pattuito. Il corollario è quello del crollo dei bandi di gara pubblici (meno 67% nell’ultimo anno e mezzo), per cui oggi Anas si trova priva di autonomia finanziaria e rischia di uscire dal perimetro di Ferrovie dello Stato. La sua sopravvivenza è appesa agli iter lunghissimi dei finanziamenti pubblici che partono dai consigli dei ministri e transitano mesi nelle commissioni parlamentari

Il peso della burocrazia – Alla difficoltà di realizzare progetti approvati (300 sono le opere incompiute), si aggiungono i 21 miliardi bloccati sulle grandi opere in corso, e il fatto che negli ultimi 3 anni oltre 10 miliardi di investimenti in infrastrutture, messi nero su bianco, non sono partiti. Tutto questo trascina inquantificabili costi occulti e il risultato è che le grosse imprese del settore stanno andando fuori mercato, 418mila potenziali posti di lavoro sono saltati, mentre 120 mila aziende sono fallite. L’agenzia di rating Standard&Poor’s l’ha appena definito «l’anno nero delle costruzioni». La causa principale è nel mostro a cinque teste della burocrazia, e qualcuno punta il dito sul nuovo codice degli appalti che ha introdotto ulteriori controlli sulle imprese sottoponendole al visto preventivo dell’autorità anti-corruzione. La patente di legalità però è inevitabile perché le infiltrazioni malavitose sono talmente ramificate da toccare decine di sub-fornitori. Sarebbe invece il caso di accendere un faro sul ruolo del Cipe. Il comitato interministeriale per la programmazione economica alle dirette dipendenze di Palazzo Chigi, che dovrebbe fungere da distributore delle risorse, viene interpellato per ogni modifica progettuale anche quando il costo dell’opera resta immutato. Ogni passaggio «costa» 6-8 mesi.

Mancano i soldi? – Il governo ha trovato in cassa 150 miliardi disponibili già stanziati, di cui è stato speso meno del 4%. Soldi immediatamente utilizzabili grazie ad un accordo con la Banca europea degli investimenti. Ci sono 60 miliardi destinati al Fondo Investimenti e sviluppo infrastrutturale; 27 miliardi del Fondo sviluppo e coesione; 15 miliardi di fondi strutturali europei; 9,3 miliardi di investimenti a carico di Ferrovie dello Stato che controlla l’altra grande stazione appaltante del Paese, Rfi, Rete ferroviaria italiana; 8 miliardi di misure per il rilancio degli enti territoriali; 8 miliardi per il terremoto; 6,6 miliardi nel contratto di programma dell’Anas. Ma il governo ha preferito fermare tutto, e attingere da lì i fondi per la riforma delle pensioni, il reddito di cittadinanza, la flat tax per le partite Iva.

Sacrificati gli investimenti – Nel negoziato con la Commissione Ue sono stati proprio gli investimenti ad essere sacrificati. L’impostazione complessiva prevede ancora 15 miliardi nei prossimi tre anni per le grandi opere, ma al 2019 è stato sottratto un miliardo per destinarlo come copertura di altre misure, togliendo solo a Ferrovie dello Stato circa 600 milioni. I costruttori per stare a galla hanno iniziato la corsa disperata a vincere maxi commesse all’estero, per arricchire i portafogli-lavori e godere di maggiore credibilità verso le banche, il mercato, le agenzie di rating.

Spesso propositi di lungo termine che finiscono per appesantire i conti (già in rosso) quando c’è da anticipare il costo di alcune opere. Alla fine il rischio è quello di spianare la strada all’ingresso in Italia dei grandi general contractor europei e cinesi che hanno le spalle finanziarie più larghe per assorbire cambi di programma e ripensamenti, con la conseguenza però di creare minore occupazione. Dalla francese Vinci (40 miliardi di fatturato) al colosso China State Construction Engineering. Basti pensare che la nostra più grande impresa di costruzioni, la Salini Impregilo ha un fatturato di SOLI 6,3 miliardi (dato 2016).

Personalmente ho l’impressione che a furia di eleggere gente che sa pochissimo, che non possiede esperienze di sorta ma che si ”vende” bene promettendo mari e monti noialtri si concluda sempre di meno.   Ripeto, mentre il suffragio deve rimanere universale le candidature politiche NON devono essere ”universali” ma chi raggiunge quegli scranni deve essere in grado, senza SE e senza MA di portare ”valore aggiunto” per la collettività. Avere insomma una cultura sufficiente per possedere una visione a tutto tondo e a lungo termine …  Tutto il resto è ”aria fritta” !

Alla luce di quanto sopra, pensate che il  Governo Giallo-verde si stia muovendo nella giusta direzione?  O stia semplicemente gettandoci fumo negli occhi, ad esempio, gonfiando l’inesistente problema immigrati, per distogliere l’attenzione dal vero problema del paese? E cioè l’assenza di LAVORO?  A voi l’ardua sentenza …

Alla prossima

Elena

 

Fonte: Dataroom di Milena Gabanelli e Fabio Savelli su Corriere della Sera: 

Addio Signora Milena Gabanelli … :-(

La bravissima Milena Gabanelli lascia la Rai. Non ho mai capito se fosse ‘’assunta’’ alla Rai con tutti i ‘’crismi’’ oppure se lavorasse con una sorta di contratto di ‘’collaborazione’’.
Comunque … dato che non aveva accettato a settembre il posto di co-direttore di Rai Rews24 offertole, ora abbandona definitivamente il gruppo.
I problemi di ‘’incomprensione’’ sono nati in seguito alla trasmissione Report, che usava un ‘’format’’ troppo particolare per essere ‘’ben visto’’ e accettato senza ‘’batter ciglio’’.
Se mentre da una parte c’era l’organizzazione tecnica propria della Rai,  dall’altra le informazioni, e quindi i servizi poi messi in onda, venivano presi esclusivamente da giornalisti ‘’free-lance’’ che investigavano su vari argomenti. Argomenti come: salute, inefficienze burocratiche, giustizia, eco-mafie, servizi segreti … temi decisamente ”sensibili”.
I giornalisti ‘’free lance’’ sono quelli, tanto per intenderci, che lavorano a spese proprie e quindi non sono obbligati a far ‘’contento’’ nessun direttore di testata!
Ovvio che gli argomenti sopra accennati, lasciati gestire da giornalisti ‘’freelance, entrassero prima o poi in grave conflitto con il servizio pubblico no?
Noi non abbiamo capito se è stata ‘’punita’’ da Rai/Governo per ‘’zittire’’ scomode informazioni … oppure per gli enormi ‘’vespai’’ che questi argomenti toccavano.

milena gabanelli-2
Vero è che denunciare malversazioni in tv, senza dare alla controparte modo di difendersi, è un’ arma pesantissima … Ma d’altronde qualcuno dovrà pur raccontare, prima o poi, come stanno le cose … o no?
Che dire? Addio Signora Milena Gabanelli, Lei verrà ricordata come una splendida persona. Brava, capace, che ha sempre tenuto la ‘’testa diritta’’ e che ha aiutato molti ad aprire gli occhi!

Peccato che la potenza del ‘’sistema’’ riesca a schiacciare chi si ostina a camminare a testa alta.
O … per meglio dire, lo permetterebbe anche, ma non certo a spese della televisione pubblica!

 

Alla prossima

Elena